Lorem Ipsum

Lorem ipsum dolor sit amet

Comitato Lavoratori della Giustizia

Giu08

All’armi! (Osservazioni a margine sulle esternazioni dei capi degli Uffici Giudiziari)

Categorie // Comitato Lavoratori della Giustizia

di Giusi Di Bella

A questo

http://www.repubblica.it/politica/2016/06/08/news/manca_il_personale_l_allarme_di_spataro_la_procura_e_in_tilt_rischiamo_di_chiudere_-141528237/

noi rispondiamo così: 

Italia, 8 giugno 2016

All’armi!

(Osservazioni a margine sulle esternazioni dei capi degli Uffici Giudiziari)

 

                Si alza forte il grido d’allarme dei magistrati sulla carenza del Personale Giudiziario. Finalmente da qualche tempo sentiamo la voce autorevole di chi ben conosce la situazione degli uffici giudiziari e ogni tanto distoglie l’attenzione dalle problematiche della propria categoria per gettare un occhio a chi lavora al suo fianco. I lavoratori giudiziari, i fantasmi che circolano nei palazzi di Giustizia, quei palazzi che secondo l’opinione comune si “svuotano” alle due del pomeriggio, all’improvviso sono diventati pochi e vecchi. E chiaramente il problema fondamentale diventa il regolare funzionamento dei servizi della Giustizia.

                La Giustizia, un baluardo che ogni Paese civile dovrebbe difendere e tutelare.

                Bene, siamo piacevolmente colpiti del fatto che in qualche modo si riconosca pubblicamente nel servizio Giustizia il ruolo complementare ed essenziale di chi non indossa una toga. Ma noi lavoratori Giudiziari, e nello specifico noi giudiziari del Comitato Lavoratori Giustizia, non riusciamo ad esultare per questo.

                Non esultiamo perché la carenza dell’organico è innanzitutto un problema nostro. Siamo noi che da anni tiriamo avanti la carretta, autoformandoci e sostenendo carichi di lavoro sempre più gravosi; questo non è di certo capitato durante un ciclo di luna, ma è il risultato, voluto a livello centrale, di una politica fallimentare del risparmio a solo scapito di chi non ha e non rappresenta alcun potere. Quindi, adesso, dopo vent’anni, ci si indigna perchè da vent’anni non si fanno concorsi per il personale giudiziario che magicamente è diventato insufficiente e vecchio? Ci consta che fino a poco tempo fa eravamo considerati “troppi” anche dai magistrati, quelli per cui ogni anno viene bandito regolare concorso, e che taluni ci considerano abbastanza numerosi ancora adesso, al più solo male organizzati.

                Noi Lavoratori Giudiziari non esultiamo perché da anni protestiamo e rivendichiamo l’attenzione sui nostri diritti negati, quali il rinnovo del contratto, il rispetto dell’orario di lavoro, la pronta retribuzione del lavoro straordinario, nonché – PRIMA TRA TUTTO - una doverosa e giusta riqualificazione e l'immissione in servizio di personale giovane assunto con regolare concorso cui trasferire le nostre conoscenze. Gli anni passano, le amministrazioni cambiano, le chiacchiere prolificano, le promesse restano parola morta: nessun provvedimento concreto è stato messo in atto, nessun risultato è stato ottenuto.

                Noi Lavoratori Giudiziari non esultiamo perché le pezze che si stanno utilizzando per tamponare la falla non ci piacciono per niente. Se per i Giudici un lavoratore giudiziario può essere solo un numero, una mera presenza fisica a cui depositare un provvedimento o che presenzi all’udienza, noi riteniamo invece di distinguerci per competenza specifica e professionalità. Contestiamo, pertanto, l’immissione nel settore Giustizia di personale in mobilità da altre amministrazioni o provenienti dagli Enti più sparuti, tanto più che questa procedura sta scandalosamente pregiudicando le nostre aspettative di progressione in carriera. Provinciali, crocerossine, marinai o forestali, financo giovani e belli, saranno considerati linfa e ossigeno per la macchina della Giustizia da parte della Politica e della Magistratura, ma non da noi che abbiamo studiato e superato uno specifico concorso. Personale incompetente che ci umilia e ci ferisce nell'orgoglio ricoprendo posizioni apicali, in conseguenza delle ottenute (loro sì!) riqualificazioni nelle amministrazioni di precedente appartenenza, non può ricevere il nostro benvenuto. Non hanno il nostro benvenuto gli stagisti, i tirocinanti, i precari che occupano le nostre scrivanie in spregio a ogni regola di diritto grazie ad accordi politico/sindacali avallati dai capi degli Uffici, né detenuti in via di ravvedimento o pensionati più o meno arzilli, nè tutti quelli che - a vario titolo e per fare numero - affollano confusamente i Palazzi di Giustizia, luoghi laicamente sacri, là dove Giustizia si invoca e si dispensa.

                Noi Lavoratori Giudiziari, cresciuti tra le Leggi e la Costituzione, non esultiamo perchè se un tempo eravamo orgogliosi di appartenere al sistema Giustizia, adesso da questo stesso sistema siamo considerati “negativamente anziani”, quasi roba vecchia da buttare: è evidente che non per tutti l'anzianità si accompagna a esperienza e saggezza.

                Noi Lavoratori Giudiziari non esultiamo perché saremmo più riconoscenti nei confronti dei capi dei nostri uffici se spendessero qualche preziosa parola in più per la giusta valorizzazione del “loro” personale e non per auspicare ed approvare generici interventi che lo danneggiano.

                Noi Lavoratori Giudiziari non esultiamo perché ci macera il dubbio che tanto scalpore è scatenato non tanto per i danni oggettivi patiti dalla Giustizia a causa della carenza di organico e tanto meno per solidarietà al personale, ma principalmente per gli interessi della casta che avanza le lamentale.  Se il problema di una tardiva iscrizione di una notizia di reato è il rischio di un procedimento disciplinare, ci sia consentito tale dubbio. Se la carenza di organico del personale giudiziario pesa in quanto causa di “disagi” per i magistrati o perchè mina la loro autorevolezza, ancora una volta ci sia consentito tale dubbio.

Noi Lavoratori Giudiziari non siamo solo pochi e anziani.

Siamo soprattutto stanchi, demotivati e arrabbiati.

COMITATO LAVORATORI GIUSTIZIA

Mar02

ATTI DI DIFFIDA DA INDIRIZZARE ALL'AMMINISTRAZIONE

Categorie // Comitato Lavoratori della Giustizia

da inviare IMMEDIATAMENTE in maniera autonoma o per via gerarchica

Sono a disposizione gratuitamente,  nell’area riservata del nostro sito www.dipendentigiustizia.org (area Ricorsi) per tutti i colleghi che vorranno aderire, due diversi (diversi perché diversa è la situazione attuale)  ATTI DI DIFFIDA uno per Cancellieri ed Ufficiali Giudiziari l’altro per tutti gli altri profili professionali finalizzati a sollecitare l’Amministrazione  alla realizzazione del programma di riqualificazione di tutto il personale (come si era impegnato a fare il Ministro) prima che mobilità e tirocini annullino per sempre ogni nostra aspettativa di carriera.

Tali atti, seppur blandi,  potranno avere riscontro ove il maggior numero di istanze verrà ricevuto dal Ministero.

Gli atti potranno essere inviati per via gerarchica o autonomamente con posta raccomandata e ricevuta di ritorno ma dovranno essere inviati con la MASSIMA SOLLECITUDINE.

Vi preghiamo di informare i colleghi presso le Vostre sedi di servizio.

Se preferite potete chiederci i moduli in formato word alla mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. oppure indicandoci il vostro indirizzo di posta elettronica sulla  nostra pagina facebook Comitato Lavoratori Giustizia (anche con messaggio privato)

Comitato Lavoratori Giustizia

Gen20

RICHIESTA RICOGNIZIONE ACCESSI DALL'ESTERNO

Categorie // Comitato Lavoratori della Giustizia

COMITATO LAVORATORI GIUSTIZIA

domenica 13 dicembre 2015 - 21:50

Da:

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

A:

segreteria.capo.gabinetto , segreteria.ministro 

No Spam- Spam

 Date:

Sun, 13 Dec 2015 21:50:30 +0100

 Message-Id:

<NZBDW6$Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.>

 Subject:

COMITATO LAVORATORI GIUSTIZIA

 MIME-Version:

1.0

 X-Sensitivity:

3

 Content-Type:

multipart/mixed; boundary="_=__=_XaM3_.1450039830.2A.388955.42.15067.52.42.007.1826482255"

 From:

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 To:

"segreteria.capo.gabinetto" <Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.>, "segreteria.ministro" <Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.>

 Disposition-Notification-To:

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 X-XaM3-API-Version:

V3(R2)

 X-notifreq:

123

 X-SenderIP:

82.51.118.134

 

 

COMITATO LAVORATORI GIUSTIZIA

Atto costitutivo reg.to al Tribunale di Cassino n. 3074 - serie 3 del 18/11/13

email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.  sito web e blog: www.dipendentigiustizia.org

Facebook,: Comitato Lavoratori Giustizia

Twetter : DIPENDENTIGIUSTIZIACLG (@COMITATOLAVGIUS)

 

Al Ministro della Giustizia

Al   Gabinetto del Ministro

 

Il 19 novembre scorso, in occasione dell’incontro preliminare con le oo.ss. sull’attuazione dell’art. 21 quater le SS.LL hanno mostrato di aver pienamente recepito le doglianze dei dipendenti giudiziari nonché compreso la preoccupazione degli stessi nei riguardi degli ingressi con mobilità esterna - che andranno ad occupare le posizioni alle quali aspiriamo - più volte esternata. In particolare, il sig. Ministro ha annunciato, tra l‘altro, che“ la riqualificazione sarà avviata per 1500 dipendenti subito con procedure selettive “(ovvero per un numero di dipendenti corrispondente al 50% di cui parla la norma che prevede pari numero di “accessi dall’esterno”) ;

Considerate le ripetute acquisizioni di personale dall’esterno avvenute in questi anni, il dato numerico prospettato, 1500, ci è sembrato fin dal principio inesatto.

Per questo abbiamo chiesto la collaborazione dei colleghi al fine di ricostruire il numero reale di dipendenti transitati nel Dipartimento Organizzazione Giudiziaria negli ultimi 15 anni.

Da tutti i distretti sono pervenuti i contributi dei colleghi, che hanno confermato il nostro sospetto circa l’inesattezza del dato spingendoci a cercare, con pervicacia e altrettanta difficoltà, dati ufficiali sul numero effettivo dei dipendenti transitati dall’esterno negli uffici giudiziari ed abbiamo accertato quanto segue:

dall’anno 2000  ad oggi sono circa 7000 i dipendenti acquisiti nel DOG con uno stillicidio silenzioso – sul quale nessuno sembra aver sorvegliato affinché fossero fatti salvi in primis i diritti dei colleghi giudiziari alle procedure di mobilità interna previste dai  contratti – attraverso oscuri accordi per il passaggio dipendenti delle basi ex Nato dismesse, degli idonei altri concorsi, nonché assunzioni LSU senza concorso, mobilità da province, polizia di Stato, esercito, DAP, da altri ministeri;

dei 7000 transitati circa 1850 sono gli attuali funzionari giudiziari, e questo dato andrebbe correttamente sommato al recente ingresso dei 1500 con mobilità extracompartimentale per un totale di almeno 3.350 unità per le quali dovranno essere avviate le prime procedure di riqualificazione nel rispetto di quel 50% indicato dalla norma di cui all’art 21 quater legge 132/15.

Pertanto questo Comitato, in rappresentanza di tutti i dipendenti giudiziari interessati alla riqualificazione 

CHIEDE

ad ulteriore riscontro di quanto sopra esposto, di procedere ad una ricognizione puntuale ed effettiva delle immissioni di personale con particolare riferimento alla figura dell’attuale funzionario (già cancelliere C1 – VII livello) quale atto indispensabile e prodromico all’emanazione del bando di selezione secondo legge;

CHIEDE

inoltre, di voler modificare la norma di cui all’art. 21 quater al fine di estendere correttamente la previsione anche agli  altri ex b3 (contabili, linguistici e informatici);

di avviare i passaggi degli ausiliari dall’Area I alla prima posizione di Area II (operatore giudiziario) già stabiliti dall’art. 1 punto b) dell’Accordo del 10 novembre 2011 – Utilizzazione del fondo Unico di Amministrazione per l’anno 2010 che aveva anche stanziato i fondi necessari per la realizzazione di quanto già previsto dall’art. 64 punto b) del C.C.I. del 29.07.10;

di voler rendere noto l’annunciato “piano pluriennale di riqualificazione di tutti i profili anche all'interno delle aree”.

Roma, 11 dicembre 2015

Il Direttivo del COMITATO LAVORATORI GIUSTIZIA

Mag23

RICHIESTA FORMALE DI DATI E DOCUMENTI RELATIVI ALL'ADEMPIMENTO DELL'ART. 21/4 LEGGE 132/15

Categorie // Comitato Lavoratori della Giustizia

In data 18 maggio 2016 è pervenuta agli Uffici competenti del  Ministero della Giustizia la richiesta formale ai sensi della legge 241/90 sottoscritta dal nostro avvocato di "procedere ad una ricognizione puntuale ed effettiva delle immissioni di personale, con particolare riferimento alla figura del Funzionario Giudiziario (già collaboratore di cancelleria - C1 - VII livello) in quanto atto indispensabile e prodromico all'emanazione del bando nel rispetto dell'art. 21 quater della Legge 132/15  e di ricevere i suddetti dati nonché i documenti posti alla base dell'accertamento, entro e non oltre 7 giorni dal ricevimento della presente " . 

Questo affinché il nostro Comitato possa esercitare tutti i diritti e gli strumenti conferiti dalla Legge 241/90. 

Tale richiesta era già stata inviata da questo Comitato in dicembre ed alla quale l'Amministrazione non aveva dato risposta. 

Cogliamo l'occasione per ringraziare i tanti colleghi che hanno contribuito e continuano a contribuire alle spese legali del Comitato Lavoratori Giustizia dimostrando l'unità necessaria per raggiungere i risultati sperati ..... tappa per tappa. 

COMITATO LAVORATORI GIUSTIZIA

 

Feb10

iniziativa per denuncia-querela collettiva

Categorie // Comitato Lavoratori della Giustizia

Vi segnaliamo questa iniziativa promossa dai colleghi Benedetto Di Gregorio e Marianna De Martino circa il deposito di una denuncia/querela collettiva nei confronti dell'on. Brunetta per le dichiarazione espresse durante la trasmissione televisiva "l'Arena di Giletti" 

Vi riportiamo il post pubblicato sul gruppo facebook "noi della giustizia non siamo fannulloni" all'interno del quale potrete chiedere e trovare ulteriori informazioni. 

Le nomine dovranno pervenire entro il 29.02.16  NON A QUESTO COMITATO (che NON è l'organizzatore)  MA ALL'INDIRIZZO MAIL DEL PROMOTORE Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

" Nella predetta d/q, formata da sette pagine, si fa riferimento, oltre che al reato di diffamazione a mezzo stampa, anche al reato di calunnia nei confronti dei lavoratori della Giustizia. Siamo in attesa di depositare il documento non appena completate le ultime formalità. Abbiamo anche concordato con l'avv. Sarno che i colleghi che vorranno unirsi all' iniziativa, potranno far pervenire al mio indirizzo di posta elettronica (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.) oppure all'indirizzo della collega Marianna De Martino (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.), la seguente dichiarazione:

" Il / la sottoscritto/a ......... nato a ......................... il ................... residente a ......................

email .................. recapito telefonico ..........................

in servizio presso .................................

Con il presente atto  nomina quale proprio difensore di fiducia l'avv. Michele Sarno, del Foro di Salerno, con studio in Salerno, alla via G. B. Lama, n. 7, conferendo altresì allo stesso procura speciale ai fini del deposito della presente, nonché ogni e più ampia facoltà prevista dalla legge, ivi compresa quella di procedere di sostituti processuali a ciò stesso abilitati.
Con ossequio
Li, data
firma

La presente nomina deve essere accompagnata da una fotocopia di un documento valido, facendo attenzione che l'effettiva residenza corrisponda a quella scritta nel documento.

Ricordo inoltre che l'attività dell'avvocato viene resa nei nostri confronti, in modo totalmente gratuito. Benedetto Di Gregorio. "

Gen14

lettera di un Cancelliere al Ministro

Categorie // Comitato Lavoratori della Giustizia

di DOMENICO BADALAMENTI

Lettera aperta al Sig. Ministro della Giustizia On.le Andrea Orlando

                                                           e, p.c. Al Sig. Sottosegretario dott. Cosimo Maria Ferri

                                                                       Ai Sigg. Segretari Nazionali Sindacati Giustizia

 

Ill.mo Sig. Ministro,

mi rendo conto che è inconsueto ed informale (ma non irrispettoso) che un dipendente pubblico si rivolga direttamente alla massima Autorità dell’Amministrazione, ma ritengo necessario esporLe brevi riflessioni in ordine all’applicazione dell’art. 21 quater, D.L. 27 giugno 2015, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2015, n. 132.

I comunicati stampa dei Sindacati hanno dato poche e limitate informazioni sulla riunione preliminare, avvenuta il 19 novembre u.s., avente ad oggetto proprio la suddetta norma. Molto rilievo è stato dato alla firma dell’accordo FUA 2013/2014/2015, che – amaramente constatiamo – si è progressivamente e sostanziosamente ridotto.

Ritengo che la questione art. 21 quater, allo stato, non sia tenuta nella giusta e adeguata considerazione: sono trascorsi oltre sei mesi e siamo ancora ad un incontro preliminare. Nonostante la norma preveda la copertura finanziaria sin dal 01/01/2016, trascorreranno ancora diversi mesi prima di vedere accolte le ragioni che hanno condotto alle sentenze favorevoli.

La disposizione in argomento, in ogni caso, involge almeno tre rilevanti aspetti che di seguito meglio esporrò.

1) Progressioni. Sembrerebbe che i posti disponibili siano soltanto 1.500 tra cancellieri ed ufficiali giudiziari. E’ opportuno tenere presente che nessuna progressione si è avuta (salvo quella all’interno delle Aree del 2010) negli ultimi 30 anni.

Fino all’entrata in vigore del CCNL Ministeri del 1998/2001, il personale era suddiviso per qualifiche professionali (dalla 3^ alla 9^).  Il CCNL 1998/2001 introdusse le tre Aree, con, all’interno di ognuna, le varie posizioni economiche.

Alla fine degli anni ’80 fu istituita la figura dell’assistente giudiziario (6^ q.f.), poi diventato (dal 6 aprile 2000) cancelliere B3; ed infine (con il CCI 2006/2009) diventato cancelliere (area II^, p.e. F3). Progressione giuridico/economica per questa figura professionale non ce n’è mai stata, né prima del 6 aprile del 2000, né dopo tale data.

E’ utile ricordare che il Governo giunge alla emanazione dell’art. 21 quater in discussione per porre termine al vasto contenzioso che si stava sviluppando in tutto il territorio Nazionale, dopo che alcuni Giudici del Lavoro (a cui ne sarebbero seguiti tanti altri) avevano dichiarato invalido parte del CCI 2006/2009, relativamente all’inquadramento delle figure professionali del cancelliere e dell’ufficiale giudiziario. La norma è stata emanata (è bene evidenziarlo), non per scelta politica, che è – per antonomasia – assolutamente discrezionale, ma per necessità.

Vorrei ricordare che tanti funzionari giudiziari (già collaboratori di cancelleria e poi cancellieri C1) e/o UNEP sono stati assunti (dall’esterno) negli ultimi 10/15 anni:

a) ex dipendenti delle Poste e altri Enti;

b) nel 2006, circa 1.700 persone dal concorso per ufficiali giudiziari C1 (la maggior parte con la qualifica di cancellieri C1)

c) nel 2009, stabilizzazione ex L.S.U.

d) dal 2014, personale in mobilità in ingresso.

Probabilmente, pur rispettando il vincolo della riserva del 50%, i posti immediatamente disponibili potrebbero essere 2.500/3.000. Peraltro, è la stessa Corte Costituzionale (e di recente anche il Consiglio di Stato, Sez. V, sent. 4139/15) a ribadire che la deroga al vincolo della riserva è illegittima se non adeguatamente motivata e supportata da peculiari e straordinarie esigenze di interesse pubblico che siano funzionali al buon andamento dell’Amministrazione.

Ebbene, ci sono almeno due motivi che caratterizzano la eccezionalità della ricollocazione dei cancellieri: A) carenza del 50% di funzionari negli uffici giudiziari (e la distribuzione è abbastanza omogenea in tutto il territorio nazionale); B) costo e conseguenze che potrebbero derivare dalle sentenze di condanna e di cui meglio dirò nei successivi punti.

2) Risarcimento del danno per mancato inquadramento. Le progressioni in carriera, pur rappresentando una legittima aspettativa di tutti i lavoratori, sono, comunque, atti  discrezionali della Pubblica Amministrazione. Tuttavia, nel caso in argomento, la giusta collocazione dei cancellieri (e ufficiali giudiziari), in quella di funzionario giudiziario (o UNEP), è l’effetto di sentenze di vari Giudici del Lavoro. La dichiarazione di illegittimità parziale del CCI, produce ex se un danno ingiusto, la cui prova, che è sempre onere di parte ricorrente, è semplicissima ed è pari alla differenza retributiva – sia fissa che accessoria - tra la figura del cancelliere e quella del funzionario giudiziario (ex plurimis, Cass. Lav. n. 19413/11).

Vero è che l’effetto giuridico - ed il correlato effetto economico – decorreranno dalla sottoscrizione del contratto individuale (una volta completate le procedure selettive), ma è pure vero che l’equivalente economico – per il passato - potremmo monetizzarlo attraverso l’azione di risarcimento del danno, con decorrenza retroattiva. Ciò condurrà ad un nuovo e diffuso contenzioso tra il Ministero della Giustizia ed i cancellieri (e ufficiali giudiziari), con costi notevoli per l’Amministrazione.

3) Validità degli atti. Un problema che, al momento, sembra non interessare nessuno è la validità degli atti sottoscritti dai cancellieri (e ufficiali giudiziari).

Il CCNL e, di conseguenza, il CCI, sono contratti a termine: hanno durata quadriennale (almeno fino al 2006/2009) e sono, ope legis, prorogati fino all’entrata in vigore del successivo. Invece, nel sistema di successione di leggi nel tempo, la legge successiva abroga (o, rende incompatibile) quella precedente. Alla eventuale dichiarazione di incostituzionalità di una legge, consegue – di solito - la reviviscenza di quella precedente.

Risulta di particolare interesse, in ordine alla questione da analizzare, la situazione creatasi con la dichiarazione di incostituzionalità dell’art. 8, co. 24, D.L. n. 16/2012, e ss. mod. ed integrazioni, che consentiva a circa 1.200 funzionari delle Agenzie Fiscali di rivestire – con contratto a termine - la qualifica di dirigente. La Corte di Cassazione ha statuito con le recentissime sentenze nn. 22810, 22800 e 22803, del 9 novembre 2015, che gli accertamenti fiscali sottoscritti dagli ex dirigenti retrocessi a funzionari sono da ritenersi validi solo in presenza di valida e precedente delega alla firma degli atti, ex art. 42 D.P.R. 600/73, con verifica della legittimità caso per caso.

Più grave appare la situazione dei cancellieri (e degli ufficiali giudiziari).

La dichiarazione di nullità del CCI 2006/2009, nella parte relativa all’inquadramento dei cancellieri (e, ufficiali giudiziari), ha travolto anche la relativa declaratoria di competenze, facendo venire meno le attribuzioni di funzioni della suddetta figura professionale.

Ma, contrariamente a quanto avvenuto per le Agenzie Fiscali, la dichiarazione di invalidità del CCI 2006/2009, non produce la reviviscenza del CCI precedente, in quanto contratto a termine, estinto ipso iure. Ogni interpretazione diversa risulterebbe contra ius.

Da ciò deriva una situazione di vuoto normativo, essendosi verificato un difetto funzionale nel rapporto sinallagmatico tra l’Amministrazione della Giustizia ed i singoli cancellieri (e ufficiali giudiziari), che, nel CCI, trovano il fondamento giuridico.

Peraltro, siamo di fronte ad una insanabile contraddizione: da un lato, ci sono sentenze – divenute irrevocabili – che dichiarano la nullità dell’inquadramento del cancelliere (e ufficiale giudiziario) fatta dall’Ordinamento Professionale del personale giudiziario introdotta con il CCI 2006/2009; dall’altro, l’art. 21 quater, in argomento, istituisce il nuovo ruolo ad esaurimento del cancelliere, senza precisa determinazione dell’inquadramento giuridico ed economico (non indica alcuna posizione economica e nessuna declaratoria di competenze).

Il mantenimento del trattamento economico e la collocazione giuridica – ed è ciò che sta avvenendo senza soluzione di continuità con il passato – rappresenta una palese (e vietata) elusione del giudicato. In altre parole, l’art. 21 quater, D.L. n. 83/15 avrebbe – sostanzialmente – ridato vita a quella parte del CCI dichiarata illegittima con sentenze divenute irrevocabili.

Ma la domanda è: qual’è la validità degli atti sottoscritti dai cancellieri (e ufficiali giudiziari) in assenza di una norma attributiva di funzioni ai sensi del combinato disposto di cui agli artt. 6, CCNL Ministeri, e 15, CCI Ministero Giustizia?

Probabilmente la S.V. non avrà né il tempo né la voglia (più verosimilmente la presente non giungerà neanche alla sua attenzione) di leggere queste brevi riflessioni, ma ho sentito la esigenza di esternare il mio pensiero.

Addì, 10 gennaio 2016

 

                                                                                  Con osservanza

                                                                       Domenico Badalamenti (cancelliere)

Apr07

RICORSI PER OTTEMPERANZA

Categorie // Comitato Lavoratori della Giustizia

per l'adempimento dell'art. 21/4 della Legge 132/15 e successivamente per la riformulazione/modifica al CCI

Abbiamo atteso composti per 7 mesi ma dall’amministrazione non arriva alcun segno circa il Bando di selezione previsto dalla legge 132/15 art. 21 quater.

Siamo consapevoli che i fondi stanziati e impegnati devono essere utilizzati entro l’anno corrente altrimenti saranno persi e dovranno essere nuovamente discussi e approvati durante l’iter della prossima legge di stabilità con tutti i rischi che ne derivano.

Gli atti di diffida ad adempiere sono arrivati numerosi al Ministero (già più di 2500 atti) ma  nell’attesa di vedere la reazione dell’Amministrazione dobbiamo necessariamente prepararci ad andare avanti.

Ci siamo pertanto rivolti ad uno degli studi legali che ci seguono   per proporre ricorso contro l’inadempienza del nostro Ministero.

Spieghiamo brevemente di cosa si tratta.

Premesso che l’emendamento che riguarda i Cancellieri/Ufficiali Giudiziari è la fonte dell’obbligo giuridico dell’amministrazione di provvedere,  con il Ricorso davanti al Giudice Amministrativo Tar Lazio,  si vuole  ottenere una sentenza, con la quale si ordina al Ministero di provvedere, e quindi di indire le procedure per la riqualificazione dei cancellieri e ufficiali giudiziari come da disposizione di legge (l.132/15). Il giudice assegna un termine per provvedere che varia da un minimo di 30 giorni ad un massimo di 60 giorni.

Con la stessa sentenza, il giudice  nomina anche un commissario ad acta , che si sostituirà all’amministrazione qualora la stessa non ottemperi all’ordine   nel termine assegnato.

 

Al fine di eliminare ogni eccezione di controparte ed arrivare immediatamente a sentenza entro 30 giorni come prevede il particolare rito i ricorrenti dovranno avere IDENTICA CONDIZIONE GIURIDICA pertanto potranno partecipare solo coloro che hanno avuto accesso a questa amministrazione con concorso dall’ esterno degli anni  1991, 1993, 1999 per assistenti giudiziari con esclusione di quanti hanno avuto ingresso nella nostra amministrazione per effetto di comandi, distacchi, mobilità od altro da altre amministrazioni.  

Dovranno quindi farsi rilasciare un attestato di servizio dal proprio ufficio di appartenenza comprovante l’immissione in servizio a seguito del relativo Concorso e quindi la data di presa in possesso che dovrà essere consegnato al collega che si occuperà di raccogliere le adesioni, le quote e le nomine e che dovrà inviare tutta la documentazione all’avvocato che curerà in Ricorso; tale collega ( che individuerete per ogni sede)  dovrà mettersi in contatto diretto con noi o via Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. o al numero 3898446002 (Clelia Delle Curti)  oppure a referente del CLG del proprio distretto o ufficio. 

La quota di partecipazione è di 60 euro

Ci siamo dati come data ultima di presentazione del ricorso è il 30 aprile pertanto tutta la documentazione dovrà pervenire all’avvocato entro il 25 aprile.

Successivamente, dopo il termine di 90 giorni dalla ricezione degli atti di diffida già  inviati da oltre 2000 colleghi , inizierà l'organizzazione di un ulteriore ricorso che interesserà tutti gli altri profili finalizzato all'adempimento da parte del Ministero per un nuovo contratto integrativo che possa prevedere la progressione di carriera come promesso dal Ministro. 

Vi preghiamo pertanto di rimanere in contatto tramite il sito web attraverso il quale vi daremo ulteriori informazioni. 

Feb06

AVVISO

Categorie // Comitato Lavoratori della Giustizia

A quanti abbiano partecipato ai seguenti ricorsi ricordiamo che qualunque informazione circa il loro esito potrà essere richiesto all’indirizzo mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
 
- RICORSO TAR PER L’ILLEGITTIMO UTILIZZO DEL FUG DESTINATO AI DIPENDENTI GIUDIZIARI ( appello al Consiglio di Stato)
 
 
- RICORSO TAR PER IL DINIEGO ALL’ACCESSO ATTI RELATIVI ALLA SELEZIONE DEI TIROCINANTI ( appello al Consiglio di Stato)
 
- RICORSO TAR CONTRO IL BANDO DI MOBILITA’ (riassunto al TAR a seguito della sentenza del Consiglio di Stato)
 
- RICORSI AL GIUDICE DEL LAVORO PER LA NULLITA’ DEL CCI 29.07.2010
 
Comitato Lavoratori della Giustizia
 
 
Dic23

Emendamento all'art. 21 quater Legge 132/15

Categorie // Comitato Lavoratori della Giustizia

Cosa cambia?

A seguito dell’emendamento all’art. 21 quater della Legge 132/15 vi riportiamo il testo  così come modificato e un brevissimo nostro commento allo stesso, riservandoci un migliore esame quando avremo anche noi maggiore chiarezza. 

Misure per la riqualificazione del personale dell'amministrazione giudiziaria

1. Al fine di sanare i profili di nullita', per violazione delle disposizioni degli articoli 14 e 15 del contratto collettivo nazionale di lavoro (CCNL) comparto Ministeri 1998/2001, delle norme di cui agli articoli 15 e 16 del contratto collettivo nazionale integrativo del personale non dirigenziale del Ministero della giustizia quadriennio 2006/2009 del 29 luglio 2010, assicurando l'attuazione dei provvedimenti giudiziari in cui il predetto Ministero e' risultato soccombente, e di definire i contenziosi giudiziari in corso, il Ministero della giustizia e' autorizzato, nei limiti delle posizioni disponibili in dotazione organica,a indire una o più procedure interne, nel rispetto del citato CCNL comparto Ministeri 1998/2001 e successivi contratti integrativi dello stesso, riservate ai dipendenti in possesso dei requisiti di legge gia' in servizio alla data del 14 novembre 2009, per il passaggio del personale inquadrato nel profilo professionale di cancelliere e di ufficiale giudiziario dell'area seconda al profilo professionale di funzionario giudiziario e di funzionario dell'ufficio notificazioni, esecuzioni e protesti (UNEP) dell'area terza, con attribuzione della prima fascia economica di inquadramento, in conformita' ai citati articoli 14 e 15 del CCNL comparto Ministeri 1998/2001. Ogni effetto economico e giuridico conseguente alle procedure di riqualificazione del personale amministrativo di cui al presente articolo decorre dalla completa definizione delle relative procedure selettive.

2. Ai fini del rispetto delle previsioni del CCNL comparto Ministeri 1998/2001, di cui al comma 1, il rapporto tra posti riservati ai dipendenti e posti riservati agli accessi dall'esterno e' fissato nella percentuale, rispettivamente, del 50 per cento e del 50 per cento, computando nella percentuale gli accessi dall'esterno sulla base di procedure disposte o bandite a partire dalla data di entrata in vigore del citato CCNL, ivi compresi gli accessi per effetto di scorrimenti di graduatorie concorsuali di altre amministrazioni e le procedure di mobilita' esterna comunque denominate, anche ai sensi dell'articolo 1, comma 425, della legge 23 dicembre 2014, n. 190, come modificato dall'articolo 21 del presente decreto.

3. Il Ministero della giustizia procede alla rideterminazione delle piante organiche conseguente alle procedure di cui ai commi 1 e 2.

4. Le qualifiche di personale amministrativo di cancelliere e di ufficiale giudiziario restano ad esaurimento in area seconda sino alla completa definizione delle procedure selettive di cui al comma 1 e alla rideterminazione delle piante organiche di cui al comma 3.

5. Per le finalita' di cui al comma 1 e' autorizzata la spesa nel limite di euro 25.781.938 a decorrere dall'anno 2016, cui si provvede mediante corrispondente utilizzo del fondo di cui all'articolo 1, comma 96, della legge 23 dicembre 2014, n. 190. Il Ministro dell'economia e delle finanze e' autorizzato ad apportare, con propri decreti, su proposta del Ministro della giustizia, le variazioni di bilancio necessarie alla ripartizione del citato fondo sui pertinenti 

 

Non ci sembra ci siano  grandi novità né, purtroppo,  una definizione chiara dei programmi, dell’Amministrazione relativamente alla realizzazione della preannunciata riqualificazione/progressione di carriera di tutto il personale giudiziario anche in relazione ai ruoli dei Contabili, Informatici e Linguistici che raccogliamo con enorme delusione.

L’unica novità è che non vi sarà contrattazione sui criteri selettivi rendendo possibile la diretta indizione del Bando,  tale contrattazione non avrebbe avuto comunque molto  margine visto che i criteri selettivi sono già stati fissati dalle varie sentenze emesse sull’argomento (tra cui quella che ha annullato la procedura del 2001) e dalle quali non vi è possibilità di discostarsi senza rendere la procedura illegittima.

Ricordiamo che né dalla selezione né  dalla percentuale dei posti che  possano essere destinati  al personale interno può prescindersi  a pena di incostituzionalità del Bando stesso .

Vi riportiamo uno stralcio del CCNL  sulla base del  quale presumibilmente verranno stilati i criteri selettivi del bando selettivo e che aveva già recepito alcune determinanti sentenze.

 

CONTRATTO COLLETTIVO NAZIONALE DI LAVORO RELATIVO AL PERSONALE DEL COMPARTO MINISTERI PER IL QUADRIENNIO NORMATIVO 2006 – 2009 E BIENNIO ECONOMICO 2006 - 2007

 

CAPO III

  1. 11: Accesso dall’esterno

1. Il reclutamento del personale avviene attraverso procedure concorsuali pubbliche ovvero mediante quelle di avviamento al lavoro di cui alla legge del 28 febbraio 1987, n. 56 e successive modificazioni ed integrazioni, ai sensi dell’art. 35 del d. lgs. n. 165 del 2001.

2. Le Amministrazioni sono tenute a riservare all’accesso dall’esterno una quota delle vacanze organiche, pari al 50 per cento dei posti disponibili di ciascun profilo, nel rispetto della programmazione del fabbisogno del personale e dei suoi eventuali aggiornamenti, tenuto conto di quanto previsto dall’art. 10, comma 3 (nuovo inquadramento).

3. Le assunzioni dall’esterno alle aree del presente sistema di classificazione avvengono alle posizioni di accesso individuate per ciascun profilo e con i requisiti indicati nell’allegato A.

 

 

CAPO IV
PROGRESSIONI

  1. 12: Progressione all’interno del sistema di classificazione

1. In relazione al sistema di classificazione previsto dal presente contratto, le progressioni dei dipendenti all’interno del nuovo ordinamento professionale si configurano come:

a) Progressioni tra le aree:

le progressioni tra le aree avvengono dall’area sottostante alla posizione di accesso dell’area superiore nel rispetto dall’art. 11, comma 2 (accesso dall’esterno). Alla selezione sono ammessi i dipendenti in possesso dei requisiti definiti dall’allegato A, nei limiti della percentuale dei posti vacanti nella dotazione organica destinati all’accesso dall’interno, ai sensi dell’art. 10, comma 3 (nuovo inquadramento), in relazione al profilo per il quale si concorre.

b) Sviluppi economici all’interno delle aree:

si configurano come progressione economica, di ogni profilo, all’interno delle aree che si realizza mediante la previsione, dopo la posizione di accesso al profilo medesimo, di successive fasce retributive secondo la disciplina di cui agli artt. 17 (sviluppi economici all’interno delle aree) e 18 (procedure e criteri di selezione per lo sviluppo economico all’interno dell’area).

2. Le progressioni di cui al precedente comma 1 lett. a) e b) devono tendere alla valorizzazione del lavoro dei dipendenti, tenendo conto in modo significativo dei risultati conseguiti dagli stessi, opportunamente valutati, attraverso metodologie che apprezzino la qualità dell’esperienza professionale maturata, eventualmente supportata da titoli coerenti con la posizione da ricoprire.

  1. 13: Progressioni tra le aree

1. Le progressioni da un’area all’altra immediatamente superiore avvengono nel rispetto dei seguenti principi:

1. garanzia dell’accesso dall’esterno nei posti disponibili in ciascun profilo nella misura di cui all’art. 11, comma 2 (accesso dall’esterno).

2. valutazione ponderata di tutti i titoli presentati dai candidati, in relazione alle peculiarità professionali che caratterizzano le aree ed i profili cui si riferiscono le selezioni. Ai fini della determinazione del punteggio finale si fa riferimento al titolo di studio, all’esperienza professionale, agli altri titoli culturali e professionali, ai corsi di aggiornamento e di qualificazione professionale ed alle prove selettive finali.

2. Le progressioni di cui al comma 1 sono realizzate nei limiti dei posti a tal fine individuati e si attuano previo superamento di una selezione interna aperta alla partecipazione dei dipendenti in possesso dei requisiti culturali e professionali previsti per l’accesso al profilo cui si riferisce la selezione, in base a quanto previsto dall’allegato A.

3. La selezione interna di cui al comma 2 prende in considerazione:

a) i seguenti titoli valutati in relazione a criteri oggettivi formulati con le procedure di cui all’art. 20 (relazioni sindacali nel sistema di classificazione) ed, in tale sede, ulteriormente integrabili:

* titoli di studio e culturali, diplomi di specializzazione o perfezionamento;

* corsi di formazione, anche esterni all'Amministrazione, per i quali sia previsto l’esame finale, qualificati quanto alla durata ed ai contenuti che devono essere correlati all’attività lavorativa affidata;

* qualità della prestazione lavorativa in relazione ai risultati conseguiti, valutata ai sensi dell’art. 22;

* arricchimento professionale desumibile dalla documentazione presentata dall'interessato e valutata in relazione: all’esercizio di mansioni superiori svolte secondo le vigenti disposizioni; allo svolgimento di specifici incarichi professionali nel corso dell'esperienza lavorativa o di ricerche o di studio affidati dall'amministrazione e da questa attestati; a ulteriori titoli culturali e di studio, pubblicazioni e titoli vari non altrimenti valutati;

b) verifica della professionalità richiesta dal profilo superiore attraverso un’apposita prova volta ad accertare il possesso delle capacità acquisite anche attraverso percorsi formativi.

Gli elementi della selezione sono tra loro diversamente combinati e ponderati in relazione alle peculiarità professionali che caratterizzano le aree ed i profili cui si riferiscono le selezioni. In ogni caso i titoli e l’anzianità di servizio non assumono rilevanza prevalente.

4. Non possono partecipare alle selezioni i dipendenti che, negli ultimi due anni, siano stati interessati o da provvedimenti disciplinari, con esclusione di quelli previsti dall’art. 13, comma 2 (Codice disciplinare), del CCNL del 12 giugno 2003, o da misure cautelari di sospensione dal servizio, salvo che il procedimento penale pendente non si sia concluso con l’assoluzione almeno in primo grado.

5. Le progressioni di cui al presente articolo sono finanziate dalle Amministrazioni sulla base della programmazione del fabbisogno in tema di gestione delle risorse umane e di reclutamento del personale, ai sensi delle vigenti disposizioni.

  1. 14: Procedure per la progressione tra le aree

1. Le procedure relative alle modalità di svolgimento delle selezioni per i passaggi tra le aree e l’integrazione dei relativi criteri di cui all’art. 13 (progressioni tra le aree) sono preventivamente individuate dalle Amministrazioni con atti di organizzazione improntati a principi di imparzialità, trasparenza, tempestività, economicità e celerità di espletamento delle selezioni interne, ai sensi di quanto previsto dall'art. 35, comma 3 del d. lgs. n. 165 del 2001, previa concertazione con le OO.SS.

2. Nel caso in cui le selezioni interne del presente articolo abbiano avuto esito negativo i posti già disponibili per dette selezioni possono essere coperti mediante l’accesso dall’esterno.

3. Nel caso di progressione interna nel sistema di classificazione di cui all’art 13 (progressioni tra le aree) e per il passaggio tra profili ai sensi dell’art. 16 (flessibilità tra profili all’interno dell’area), le Amministrazioni comunicano per iscritto al dipendente interessato il nuovo inquadramento conseguito, nonché le eventuali modifiche del rapporto di lavoro ad esso correlate, ai sensi del d.lgs. n. 152 del 26 maggio 1997.

4. In occasione delle procedure di progressione all’interno del sistema di classificazione, qualora le Amministrazioni non abbiano già provveduto a sottoscrivere i contratti individuali di lavoro, si procede alla formalizzazione degli stessi.

5. Al fine di sostenere i processi di crescita professionale dei dipendenti e di garantire una migliore funzionalità degli uffici, in sede di prima applicazione del presente CCNL e nel rispetto delle disposizioni di legge in vigore, le amministrazioni, verificate le effettive disponibilità di bilancio e previo espletamento delle modalità di relazioni sindacali previste dall’art. 20 (relazioni sindacali del sistema di classificazione), assumono ogni utile iniziativa volta ad avviare, entro un anno, le procedure di progressione tra le aree di cui al presente articolo.

CAPO V
RELAZIONI SINDACALI DEL SISTEMA DI CLASSIFICAZIONE

Art. 20: Relazioni sindacali del sistema di classificazione

1. Nell’ambito del sistema di classificazione sono previsti i seguenti livelli di relazioni sindacali nelle materie sotto indicate:

A) CONTRATTAZIONE COLLETTIVA INTEGRATIVA:

determinazione dei criteri generali per la definizione delle procedure per le selezioni di cui all’art. 17 (sviluppi economici all’interno delle aree);

individuazione dei profili di cui all’art. 8 (criteri per la definizione dei profili professionali).

B) INFORMAZIONE PREVENTIVA E CONCERTAZIONE:

a) individuazione dei contingenti destinati alle selezioni interne ai sensi dell’art. 13 (progressioni tra le aree);

b) determinazione dei criteri generali per la definizione delle procedure di selezione interna di cui agli artt. 13 (progressioni tra le aree) e 14 (procedure per la progressione tra le aree);

2. Nella concertazione le parti verificano la possibilità di un accordo mediante un confronto che deve, comunque, concludersi entro il termine massimo di trenta giorni dalla sua attivazione.

 

L'intero CCNL è visionabile su internet. 

COMITATO LAVORATORI GIUSTIZIA

 

Mar25

RACCOLTA FONDI

Categorie // Comitato Lavoratori della Giustizia

PER SOSTENERE I RICORSI AL TAR ATTUALMENTE IN CORSO I CUI EFFETTI POSITIVI CADRANNO SU TUTTI

Come sapete, le procedure di mobilità extracompartimentale rischiano di annullare definitivamente le nostre aspettative di carriera.

Per questo motivo, alcuni colleghi hanno impugnato il bando di mobilità e le graduatorie.

Dopo una positiva decisione del Consiglio di Stato -che ha valutato la mobilità esterna procedura concorsuale rimettendo la decisione al Tar- occorre tempestivamente riassumere il giudizio davanti al TAR LAZIO.

RICORDIAMO CHE  gli effetti dell'impugnazione e della sentenza favorevoli ai ricorrenti si estendono a tutti i dipendenti giudiziari: PER TALE MOTIVO RITENIAMO CHE LE ULTERIORI  SPESE LEGALI NON DOVREBBERO GRAVARE ANCORA E SOLO SUI COLLEGHI RICORRENTI.

SONO TUTTORA IN CORSO GLI ALTRI DUE   RICORSI ORA IN SEDE DI APPELLO AL CONSIGLIO DI STATO RELATIVI AL  FUG CHE PER LEGGE 111/11  CHE ERA DESTINATO ALL’INCENTIVAZIONE DEL PERSONALE GIUDIZIARIO MA ILLEGITTIMAMENTE UTILIZZATO PER FINANZIARE I TIROCINI FORMATIVI PRESSO GLI UFFICI GIUDIZIARI

Chiediamo a ciascuno di voler partecipare a questa battaglia  CONTRIBUENDO  liberamente alle spese legali.

Non abbiamo altro che lo strumento giudiziario per difendere i nostri diritti.  

Vi preghiamo versare il vostro contributo ai referenti di sede del Comitato presso i vostri uffici

oppure di farvi voi stessi promotori della raccolta

I contributi collettivi o individuali possono essere versati sul conto del Comitato di cui a richiesta verrà inviato l’estratto conto per garantire la trasparenza dell’utilizzo. Queste le coordinate

 

COORDINATE BANCARIE

conto: 00000229269 -  COMITATO LAVORATORI GIUSTIZIA -  

IBAN: IT 29 Q 05018 03200 000000229269 

 

IT29 Q050 1803 2000 0000 0229 269 

 

Codice BIC: CCRTIT2T84A

 

UNITI SI VINCE.

COMITATO LAVORATORI GIUSTIZIA

Feb02

RESOCONTO INTERVENTI CLG ALLE CERIMONIE DI INAUGURAZIONE ANNO GIUDIZIARIO 2016

Categorie // Comitato Lavoratori della Giustizia

COMITATO LAVORATORI GIUSTIZIA

 Atto costitutivo reg.to  Cassino n.3074 - serie 3 del 18/11/13 

email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.    sito web e blog: www.dipendentigiustizia.org –

Facebook: Comitato Lavoratori Giustizia Twitter : DIPENDENTIGIUSTIZIACLG (@COMITATOLAVGIUS)

 

Il Comitato Lavoratori Giustizia è stato autorizzato ad intervenire per la seconda volta alle cerimonie inaugurali dell’anno giudiziario in 16 distretti di Corte d’Appello, in rappresentanza dei dipendenti giudiziari, a distanza di un anno da quando, alla precedente cerimonia, il Ministro della Giustizia, ha annunciato “l’impegno del governo ad investire nella riqualificazione del personale per rammentare ai presenti che i dipendenti giudiziari sono ancora in attesa di una risposta concreta riguardo all’ agognata “riqualificazione”. In ciascuna sede è stata data lettura di un documento unitario (integralmente pubblicato sul sito web del Comitato e delle Corti d’Appello), ad eccezione delle sedi di Torino, dove l’assemblea si è conclusa prima della lettura, e di Palermo, dov’era presente il Ministro Orlando e l’intervento del Comitato (già autorizzato) è stato, guarda caso, censurato. In molte sedi, l’intervento del Comitato è stato molto apprezzato dai Capi degli Uffici e dai rappresentanti del governo, che ne hanno chiesto copia mostrandosi interessati ad approfondire la questione. In diverse regioni d’ Italia, la stampa ha dato il giusto risalto alle rivendicazioni dei dipendenti giudiziari intervenuti alle cerimonie (la rassegna stampa completa è consultabile sulla pagina FB del comitato, con altresì video e foto delle cerimonie). Nella sede di Napoli, inoltre, i colleghi hanno manifestato con i cartellini rossi - ormai simbolo degli Squalificati della Giustizia - il dissenso nei confronti del governo per lo stato di logorante attesa di riconoscimento dei nostri diritti in cui versiamo: nel momento in cui ha preso la parola il sottosegretario alla Giustizia si sono alzati in piedi e gli hanno voltato le spalle per protesta nei confronti degli ennesimi discorsi astratti programmatici sulla valorizzazione del personale amministrativo della Giustizia. Il sottosegretario, incurante della contestazione composta ma decisa, ha proseguito nel suo discorso preconfezionato per la cerimonia senza fare alcun riferimento alle doglianze del personale giudiziario, a differenza dei Capi degli Uffici, del rappresentante dell’Avvocatura e del Presidente ANM che hanno espresso nei loro discorsi solidarietà alla protesta del personale giudiziario, riconoscendo il ruolo fondamentale degli ausiliari della magistratura e la legittimità delle nostre aspettative di carriera. La protesta dei colleghi di Napoli – che avremmo voluto vedere in tutti i distretti, con lo stesso orgoglio e determinazione -  è stata di grande impatto mediatico: ripresa dai TG regionali e da emittenti locali, diffusa immediatamente sul web, ha ricevuto la massima attenzione della stampa, anche nazionale, che ha evidenziato, tra l’altro: “(…) quando la rappresentante del Comitato conclude il suo appassionato intervento, si alzano pure alcuni magistrati ed avvocati, che esprimono così il sostegno a quegli uomini e a quelle donne senza i quali la macchina della Giustizia collasserebbe”.

Non possiamo fare a meno di osservare che, anche in questa importante occasione di partecipazione al dibattito sui temi che riguardano la Giustizia – tra i quali riveste un ruolo centrale la problematica della “riqualificazione“ dei dipendenti giudiziari – se da un lato abbiamo apprezzato il sacrificio e la determinazione dei relatori che, in rappresentanza di tutti, sono intervenuti in sedi distanti anche centinaia di km dalla sede di servizio, dall’altro abbiamo percepito, ancora una volta, l’indolenza o indifferenza della maggior parte dei colleghi che, non partecipando, hanno dimostrato che la progressione di carriera non rappresenta neanche per essi stessi una priorità.

Comitato Lavoratori Giustizia

Dic13

LAVORO PUBBLICO E ART. 18 L. 20 MAGGIO 1970, N. 300

Categorie // Comitato Lavoratori della Giustizia

di Mauro di Peso e Luca Cilli

 

Con sentenza del 26 novembre 2015, n.ro 24157 la Corte di Cassazione si pronuncia e chiarisce definitivamente che i lavoratori pubblci contrattualizzati non sono stati esclusi dalla normativa indicata e, pertanto, trova piena applicazione l'art. 51, co. 2 del d.lvo 165 del 2001 che estende la disciplina dello Statuto dei lavoratori e le successive riforme anche al P.I.:  il nuovo art. 18 Statuto dei lavoratori riformato dalla L. n. 92 del 2012 - c.d. Legge Fornero si applica anche ai dipendenti statali.

La riflessione sull’argomento ci riconduce inevitabilmente su una questione di particolare attualità quale quella della riqualificazione/ricollocazione degli ex b3 in area terza che già la sentenza della Corte di Cassazione SU nel 2004 ha considerato  una “novazione del contratto di lavoro”  di conseguenza  ai futuri funzionari  pur se già in servizio con altre mansioni sia da prima che dopo il 1993 si applicheranno le norme attuali.

Di notevole importanza per un approfondimento è questo articolo scritto da Mauro Di Peso e Luca Cilli. ancor prima della pubblicazione della legge n.ro 92 del 2012 che avrebbe esteso il novellato art. 18 statuto lavoratori anche al pubblico impiego, pertanto alcuni dati statistici e normativi potrebbero essere non più attualissimi. 

Per motivi legati ai diritti editoriali, facciamo  presente che questo "articolo" è stato anche pubblicato sulla rivista "Il Mondo giudiziario", in 5 numeri, che sono andati dal n. 14 dell'8 aprile 2013 al n.ro 18 del 6 maggio 2013.

 

****************************************************************

 

Mauro Di Peso                                    &                                 Luca Cilli

                                                                                                                       

 

LAVORO PUBBLICO E ART. 18 L. 20 MAGGIO 1970, N. 300

 

 

  1. Introduzione

 

Questo documento nasce dall’intenzione di portare all’attenzione dell’opinione pubblica alcune considerazioni che non sono state finora oggetto di valutazione nel corso dei dibattiti relativi all’estensione dell’art. 18 St. lav. anche alla categoria dei pubblici dipendenti c.d. “privatizzati” di cui all’art. 2, co. 2 d.lvo 165 del 2001.

In questo periodo è stato possibile assistere, per significativa diffusione e divulgazione mediatica, ad accesi dibattiti pubblici sull’estensione o meno dell’art. 18 L. 20 maggio 1970, n. 300 ai lavoratori pubblici contrattualizzati «per ragioni economiche» (licenziamento tecnicamente definito come “giustificato motivo oggettivo”).

Sono veramente tanti i commentatori più o meno autorevoli che si sbracciano nel commentare l’opportunità di estendere detta facoltà datoriale nei casi di oggettiva difficoltà economica nell’ambito del P.I..

Tali dibattiti e opinioni hanno in qualche modo fatto radicare la percezione diffusa anche tra gli stessi dipendenti del P.I. che un’eventuale estensione fosse, allo stato, una mera ipotesi non ancora concretizzatasi in un atto normativo o, comunque, in un progetto di legge[1].

Anche le affermazioni, un po’ goffe, del Governo e di alcuni suoi rappresentanti, vedi quelle del Ministro Patroni Griffi, poi contraddette dalle successive comparse sui quotidiani del 19 aprile 2012, avevano francamente creato una legittima convinzione che consentiva di ritenere possibile oltre che corretto – sia sotto l’aspetto giuridico, sia, soprattutto, in considerazione dell’unicità e specificità del servizio pubblico - una esclusione del P.I. dalla disciplina dei licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo[2].

Anche il silenzio delle Confederazioni sindacali e delle stesse Federazioni di categoria sull’argomento (anzi, un leader sindacale confederale escludeva in modo esplicito, a dire il vero con scarsa convinzione personale, ogni coinvolgimento del P.I. durante la trasmissione televisiva di una puntata del programma Ballarò) ha, molto probabilmente, contribuito a far maturare la pallida speranza di vedere lasciata fuori dalla porta dei timori personali l’applicabilità del licenziamento individuale per motivi economici del pubblico dipendente.

Ebbene, al fine di superare ogni “filtro” si è deciso di andare direttamente alla fonte informativa-normativa e di incominciare a sfogliare il DDL, presentato nei giorni scorsi dal Governo a uno dei due rami del Parlamento[3].

Ed ecco che l’art. 2 del DDL (dunque negli articoli di principio generale della normativa in questione) è rubricato: “Rapporti di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni”.

In esso si stabilisce che le disposizioni della legge, per quanto da esse non espressamente previste, costituiscono principi e criteri per la regolazione dei rapporti di lavoro dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche di cui al c.d. “Testo unico del pubblico impiego” del 2001, in coerenza con quanto disposto dall’articolo 2, comma 2 del medesimo decreto legislativo (il quale definisce la platea dei dipendenti di amministrazioni pubbliche in regime di diritto privato).

L’articolo di legge in questione stabilisce, altresì, che il Ministro per la pubblica amministrazione e per la semplificazione, sentite le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative dei dipendenti delle Amministrazioni pubbliche, individui e definisca gli ambiti, le modalità e i tempi di armonizzazione della disciplina relativa ai dipendenti delle Amministrazioni pubbliche.

A tal fine è possibile l’adozione di specifiche iniziative normative.

La norma in esame chiarisce che la riforma non può modificare l’assetto dei rapporti di lavoro in regime di diritto pubblico (magistrati, professori universitari, militari e FF.OO, ecc.).

Il lavoro del Governo, inoltre, è già un passo avanti rispetto all’iter parlamentare.

Il Ministero per la P.A. e la Semplificazione – Dipartimento della Funzione Pubblica ha, infatti, convocato le OO.SS. maggiormente rappresentative per iniziare la discussione sul progetto di iniziativa governativa volto a individuare le norme di raccordo e di “armonizzazione” tra il nuovo art. 18 e la disciplina del rapporto di lavoro alle dipendenze della P.A.

 

 

  1. La nuova figura dei Dipendenti Pubblici Contrattualizzati:

 Dipendenti Pubblici  – Dipendenti Privati – “Tertium Genus”?

 

 

Ciò detto, sarebbe a questo punto il caso di domandarsi se a “giochi fatti” ha ancora senso continuare a parlare di «dipendenti pubblici» quando ci si riferisce a quelli contrattualizzati (fin dal 1993). Specificatamente:

  • Ha ancora senso continuare a consentire l’accesso alle carriere pubbliche nell’ambito dell’art. 2, co. 2 D.Lvo 165 del 2001 solo attraverso il sistema concorsuale di cui all’art. 97 Cost[4]?

In caso di risposta affermativa, come si giustifica la licenziabilità individuale per ragioni economiche solo di una parte del P.I. (quella c.d. privatizzata) e non anche di coloro che, pur dipendenti pubblici, hanno avuto accesso alla P.A. con il ricorso alle medesime procedure di accesso previste dallo stesso articolo 97 della Carta Costituzionale?

  • Perché, in conseguenza del precedente quesito, le eventuali progressioni di carriera devono continuare a svolgersi secondo il meccanismo concorsuale? Siamo sicuri che l’art. 97 della Costituzione avesse previsto il ricorso al concorso pubblico anche nella progressione di carriera successiva al primo accesso?

È veramente singolare che sia la giurisprudenza di legittimità, sia quella costituzionale si siano orientati nel ritenere il ricorso al concorso pubblico quale unico sistema legittimo di selezione per gli avanzamenti di carriera, mentre per i veri dipendenti pubblici ossia per quelli esclusi dal campo di applicazione del decreto legislativo n. 165 del 2001 e s.m.i. restano, di fatto, esclusi da ogni progressione di carriera basata sul meccanismo concorsuale, compresi gli stessi giudici che hanno fatto «orientamento», nonostante la Corte costituzionale abbia più volte ricordato che il concorso pubblico, rappresenti il meccanismo di selezione tecnica e neutrale dei più capaci in grado di provvedere alla “provvista di organi chiamati ad esercitare le proprie funzioni in condizioni d'imparzialità ed al servizio esclusivo della Nazione”, in combinato tra gli artt. 51, 97 e 98 della Cost..[5]

3) Se il lavoro pubblico è stato contrattualizzato con la conseguente equiparazione al lavoro privato, perché al medesimo vengono ancora applicate norme contenute nel citato D.P.R. n. 3 del 1957, ove non incompatibili con le altre norme successivamente entrate in vigore (come l’art. 60), che rappresenta ancora la fonte normativa principale per la disciplina del lavoro pubblico non contrattualizzato?

E’ davvero curioso e, a nostro avviso, del tutto immotivato, che il lavoratore pubblico contrattualizzato quando vi sia da applicargli il novellato art. 18 vada inteso come individuo incondizionatamente soggetto al regime privatistico, mentre quando richieda all’amministrazione di appartenenza di poter svolgere un’attività extraistituzionale non venga autorizzato, stante il divieto di cui al suddetto art. 60 TUPI che si applica, in particolar modo,  agli impiegati pubblici propriamente detti e cioè quelli non contrattualizzati (per intenderci, forze dell’ordine, magistratura, prefetti, professori universitari, diplomatici).

Tale difficile incomprensibile commistione di istituti meramente pubblicistici unitamente a quelli privatistici applicati ai lavoratori pubblici contrattualizzati sono causa di una conseguente confusione in merito alla vera qualificazione da attribuire a quest’ultimo (lavoratore pubblico, privato o tertium genus?).

Non sarà che si continua a disciplinare il rapporto di lavoro pubblico contrattualizzato con un approccio di natura demagogica ed enfatizzato dall’emotività del momento?

Si continua a dichiarare in ogni dove che non è giusto mantenere un regime diversificato tra privato e pubblico (solo una parte di quest’ultimo), ma il parametro con il quale è continuamente misurata la “giustezza” di tale affermazione è fondato su basi emozionali, spesse volte, dettate da aneddotica di stampo giornalistico. Così facendo, però, si perde di vista l’unico faro da seguire nelle notti buie e fosche del qualunquismo: la Costituzione della Repubblica Italiana!

 

  1. 1. I privilegi del Lavoro Pubblico rispetto a quello Privato:

 attualità o retaggio del passato?

 

Nell’opinione comune è diffusissima la convinzione che il lavoro pubblico nella sua generalità sia da considerare come largamente privilegiato rispetto a quello privato.

Certamente nel passato è stato così, ma siamo certi che attualmente nulla sia cambiato?

La verità è che nel corso degli anni, per effetto della progressiva privatizzazione del lavoro pubblico molte, se non tutte, delle specificità (tranne la stabilità, ma che alla luce del novellato art. 18 St. Lavoratori è stata eliminata) di cui esso fruiva e che dall’opinione pubblica erano viste come ingiustificati privilegi sono state cancellate. Attualmente, per quanto possa sembrare contrastante con il senso comune, sotto molti aspetti il lavoro pubblico e i lavoratori pubblici fruiscono di un trattamento economico-previdenziale-normativo deteriore rispetto a quello del settore privato, con particolare riferimento ai grandi gruppi imprenditoriali.

Per i dipendenti pubblici in realtà la privatizzazione del rapporto di lavoro ha comportato la cancellazione delle prerogative di cui godevano nella vigenza del regime pubblicistico senza però poter fruire di quelle di cui, invece, godono i lavoratori privati finendo così con il realizzare nei loro confronti un sistema ibrido nel quale i primi non fruiscono più delle specificità precedentemente riconosciutegli, ma nemmeno possono invocare il rispetto di molti dei diritti che la legge riserva ai secondi.

Di seguito elenchiamo una serie di aspetti e situazioni che rappresentano alcuni dei diritti negati attualmente ai dipendenti pubblici rispetto a quelli privati.

1) Perché continuare a derogare nei confronti dei dipendenti pubblici alla disciplina di cui all’art. 2103 c.c. in tema di diritto all’inquadramento (oltre che al solo riconoscimento economico, come accade ora) nella qualifica superiore nel caso di riconoscimento in sede giudiziaria dello svolgimento di mansioni superiori rispetto a quelle di appartenenza?

2) Perché continuare a escludere l’anticipazione del TFR/TFS/Indennità di buonuscita di cui all’art. 2120 c.c. per i soli dipendenti pubblici che abbiano, come riconosciuto in ambito privato, maturato otto anni di anzianità presso lo stesso datore di lavoro nonostante la soppressione dell’INPDAP e il confluire dei relativi fondi all’INPS, nonché quanto prescritto a livello di principio generale dal d.lvo 165 del 2001, lì ove prevede che i rapporti di lavoro per i dipendenti delle amministrazioni pubbliche sono disciplinati dalle disposizioni del Capo I, Titolo II del Libro V del Codice Civile nel cui ambito ricade il citato art. 2120 (e l’art. 2103)?

  • Perché i dipendenti pubblici sono esclusi dalle agevolazioni fiscali, previste sotto forma di detassazione, sui trattamenti economici accessori come, invece, riconosciuto a tutti i lavoratori privati? Perché non beneficiano delle medesime agevolazioni fiscali anche in riferimento ai Fondi Pensione?
  • Perché soltanto per alcuni dipendenti pubblici, come, ad esempio, quelli dell’Organizzazione Giudiziaria del Ministero della Giustizia, appartenenti alle Segreterie e Cancellerie Giudiziarie, a differenza che per quelli privati, il trattamento pensionistico viene calcolato soltanto su di una quota dei contributi previdenziali versati, nonostante che gli stessi versino per intero la parte contributiva a proprio carico? Forse i dipendenti pubblici e le loro rispettive famiglie hanno minori diritti rispetto agli altri cittadini?

5) Perché, in caso di malaugurata ipotesi di “messa in disponibilità” per mobilità dei dipendenti pubblici privatizzati di cui all’art. 33 D.Lvo 165 del 2001 e s.m.i. verrebbe liquidato durante i 24 mesi della predetta disponibilità solo il 60% circa dell’ultima retribuzione di fatto (la norma, infatti, riconosce l’80% della retribuzione fondamentale e dell’indennità integrativa speciale con esclusione di ogni trattamento economico accessorio comunque denominato come nel caso dell’indennità di amministrazione prevista dai CCNL), a fronte dell’80% riconosciuto ai Cassa Integrati (con la nuova riforma del lavoro si chiamerebbe “ASpI”, vedi artt. 22 e ss. del DDL) del mondo privato?

6) Perché non sono più corrisposte le spese per l’utilizzo della propria autovettura per coloro che sono costretti a recarsi fuori dal proprio ufficio per ragioni d’istituto (fatte salve le attività ispettive)?

7) Perché, nonostante la previsione del D.L. 31.05.2010, n. 78 convertito con L. 30.07.2010, n. 122, l’INPS – ex gestione INPDAP non ha ancora provveduto, né sembra avere intenzione di farlo, a eliminare l’illegittimo prelievo del 2,50% sull’80% della retribuzione, nonostante sia intervenuta l’uniformità degli accantonamenti sul TFR/TFS/Indennità di buonuscita tra pubblico e privato conseguente all’applicazione anche ai dipendenti pubblici del 2120 c.c.? Specificatamente, tale nuova previsione normativa ha introdotto un cumulo di trattenute a carico del dipendente pubblico poiché con il nuovo sistema di prelievo pari al 6,91% di cui al citato articolo del codice civile, si è voluta conservare la precedente trattenuta del 2,50% prima richiamata (prevista dall’art. 37 D.P.R. 29.12.1973, n.ro 1032)[6].

8) Perché nel settore pubblico, a differenza che in quello privato, nel caso di violazione dell’art. 36 Decreto legislativo n. 165 del 2001 che regolamenta la materia del lavoro flessibile, vige il divieto di trasformazione del rapporto di lavoro da tempo determinato in tempo indeterminato?

9) Perché nel settore pubblico, a differenza che in quello privato, vige ancora, in virtù del principio dell’esclusività di cui all’art. 98 Cost. e di quanto previsto dall’antiquo e ormai superato art. 60 del T.U. n. 3 del 1957 degli Impiegati Civili dello Stato, un anacronistico e rigidissimo sistema di incompatibilità con altri impieghi o attività che, di fatto, rende impossibile per il dipendente pubblico (ormai in molti casi con situazioni personali e/o familiari al limite della povertà) nel proprio tempo libero, dopo aver doverosamente adempiuto i propri compiti istituzionali, lo  svolgimento, nel rispetto delle regole fiscali e di legge, di altri lavori od attività, chiaramente non in conflitto con quella istituzionale?

Con la conseguenza che i dipendenti pubblici costretti, a causa delle ristrettezze economiche a svolgere, al di fuori dell’orario di servizio, un’altra attività non autorizzata da parte dell’amministrazione di appartenenza a causa dei pesanti vincoli legislativi, sono stati dalla stessa puniti con pesanti sanzioni disciplinari.

Chi scrive ha personale contezza di funzionari monoreddito con famiglia a carico costretti a svolgere, a causa delle ristrettezze economiche, faticose attività come quella di cameriere o di cuoco in un forno, svolte al di fuori dell’orario di servizio, e che sono stati sanzionati dall’amministrazione di appartenenza molto severamente, anche con il licenziamento, nonostante che dall’attività extraistituzionale non fosse derivata né alcuna “deminutio” della primaria prestazione lavorativa, né nocumento alla stessa amministrazione.

La necessità dello svolgimento del “doppio lavoro” al fine di garantire per se ed i propri cari una vita appena dignitosa tra i dipendenti pubblici è talmente diffusa che ormai anche moltissimi tutori dell’ordine sono  costretti, a causa della esiguità dei propri stipendi, a svolgere un’altra attività lavorativa, naturalmente in “nero” (prudenti stime valutano in almeno il 40% la percentuale dei poliziotti che svolgono attività extraistituzionale non autorizzata).

Si arriva, quindi, al paradosso che coloro i quali sono deputati a far rispettare le norme, sono gli stessi che per primi, obtorto collo, per stretta necessità sono costretti a violarle.

Con la conseguenza che in molti casi i tutori dell’ordine sono costretti a compiere complessi e pericolosi equilibrismi  per  evitare che le due vite parallele vengono a coincidere e che quella svolta istituzionalmente possa così risultare svilita.

10) E perché come ulteriore ingiustificata disparità che si attua nei confronti della quasi assoluta maggioranza dei dipendenti pubblici lo svolgimento della doppia attività lavorativa a essi negata viene, invece, permesso soltanto ad alcune ristrette categorie di dipendenti pubblici o soggetti che comunque incarnano alte funzioni e poteri dello Stato, quali i parlamentari, ma non solo, per cui, al contrario, a causa ed in virtù dell’adempimento di  compiti istituzionali  di altissimo  profilo, dai quali deriva senz’altro una profonda incidenza nella vita pubblica e privata dei cittadini, il principio dell’esclusività di cui all’art. 97 Cost. dovrebbe essere molto più stringente e vincolante rispetto alla grande massa dei dipendenti pubblici ai quali tale principio si applica immotivatamente, in maniera davvero molto limitativa?

Perché, dunque, chi ha già un reddito più che adeguato può permettersi di svolgere molte altre attività, spesso, anche in evidente stato di incompatibilità assoluta?

Quale è il principio di giustizia sostanziale in virtù del quale è possibile giustificare tale situazione?

11) Perché soltanto per i dipendenti pubblici, con particolare riferimento a quelli statali, è previsto a priori che al 25% di essi non debba essere corrisposto alcun salario accessorio (tra l’altro del tutto ipotetico posto che i fondi disponibili per la cosiddetta “premialità” sono inesistenti e lo saranno chissà fino a quando visto le attuali politiche restrittive di spesa pubblica) significando così che in tutte le amministrazioni c’è almeno un 25 % del personale che non è produttivo e che  è da considerarsi in eccedenza e, pertanto, licenziabile?

Come è possibile prevedere “ex lege”, e quindi senza alcuna seria ed oggettiva valutazione di effettivo merito “ex post”, se non essendo mossi da un pregiudizio maniacale e rancoroso, che in strutture pubbliche ormai allo stremo sia a causa dei sempre più ridotti finanziamenti, sia per il mancato “turn over”, il 25%  dei dipendenti non percepirà  il salario accessorio?

Come è ipotizzabile, per esempio, prevedere a priori che il 25% del personale medico, infermieristico, ausiliario di uno dei nostri pronto soccorso ormai affollati all’inverosimile e, grazie agli scellerati tagli di questi ultimi dieci anni di politica iperliberista, con sempre minori risorse economiche, e che ancora in maniera mirabile garantiscono ai cittadini il servizio di assistenza grazie soltanto alle capacità professionali ed umane di coloro i quali vi prestano la propria attività lavorativa, è da considerarsi inefficiente e che quindi non ha diritto alla corresponsione del trattamento accessorio?

Tale ipotesi non può che provenire da chi è mosso da un insanabile pregiudizio ed una profonda ignoranza nei confronti del mondo del lavoro pubblico.

12) In quale azienda privata viene previsto “ex ante” che il 25% del personale non è da considerare produttivo e che, quindi, in tutti i casi, anche a fronte di ottime “performance” da parte di tutti i dipendenti, ve ne sarà una larga parte che non percepirà alcun trattamento accessorio?

Quale è il privato datore di lavoro che, pur in presenza di dipendenti che hanno svolto esaurientemente e professionalmente la propria attività lavorativa da cui è derivato un ampio profitto per l’azienda, decide, a priori, quindi senza averne minimante valutato il rendimento, che almeno il 25% degli stessi non percepirà alcuna premialità?

13) Perché non si rappresenta all’opinione pubblica che per i dipendenti in questione e soltanto per essi, nel caso di controversie promosse innanzi al Giudice del Lavoro che si concludono con la condanna dell’Amministrazione pubblica al pagamento di una somma di danaro, è stato previsto il divieto di cumulo di interessi e rivalutazione monetaria sugli importi liquidati? Forse i dipendenti pubblici e le loro rispettive famiglie hanno minori diritti rispetto agli altri cittadini? Si ricorda, a tale riguardo, che l’art. 22, co. 36 L. 23 dicembre 1994, n. 724[7] aveva previsto il divieto del predetto cumulo tra interessi legali e danno da svalutazione monetaria sia per il privato, sia per il lavoro pubblico.

A seguito dell’intervento della Corte Costituzionale, la Sentenza n. 459 del 2 novembre 2000 ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l’anzidetto divieto di cumulo, in riferimento, però, ai soli rapporti di lavoro privati[8](!) adducendo che: “le conseguenze del ritardato adempimento dei crediti di lavoro non può in alcun modo ritenersi estranea alla garanzia costituzionale della giusta retribuzione, essendo indubbio che l’idoneità della retribuzione ad assicurare al lavoratore ed alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa si ponga in funzione non solo del suo ammontare ma anche della puntualità della sua corresponsione, del pari essenziale, come è evidente, al soddisfacimento delle quotidiane esigenze di vita del lavoratore e dei suoi familiari”. Tali principi, considerabili come «universali», non sono stati, però, ritenuti validamente estensibili ai familiari dei lavoratori pubblici, poiché, nel caso di crediti da lavoro, previdenza e assistenza dei pubblici dipendenti, il sacrosanto diritto a un’esistenza libera e dignitosa di cui all’art. 36 Cost. deve essere bilanciato dalla presenza di un: “contesto di progressivo deterioramento degli equilibri della finanza pubblica”, nella “necessità di una più adeguata ponderazione dell’interesse collettivo al contenimento della spesa pubblica”. Conseguentemente, da ciò deriva che i familiari dei lavoratori pubblici, nonché gli stessi dipendenti, hanno meno diritti degli altri cittadini-lavoratori e dei rispettivi familiari per esigenze legate ai vincoli di bilancio del datore di lavoro pubblico, alla faccia dei famigerati e sbandierati privilegi imputati al lavoratore pubblico…

Si ricorda, infine, che già la Corte Costituzionale con la Sentenza n. 204 del 12-20 aprile 1989 aveva affermato che la predetta rivalutazione monetaria “costituisce forma di attuazione” dell’art. 36 della nostra Carta costituzionale, articolo che non ha previsto alcuna distinzione tra lavoro pubblico e quello privato.

14) Perché non si ricorda che per i dipendenti in questione e soltanto per essi, nel caso in cui le festività soppresse di cui alla L. 27 maggio 1949, n. 260 e successive modifiche coincidano con la domenica o con altra festività, non è attribuita loro alcuna indennità aggiuntiva? Anche in questo caso i dipendenti pubblici e le loro rispettive famiglie hanno minori diritti rispetto agli altri cittadini lavoratori[9]?

15) Perché non si ricorda che per i dipendenti in questione e soltanto per essi, il 17 marzo 2011, giornata dedicata ai festeggiamenti del 150° anniversario dell’Unità di Italia, si è deciso che gli stessi fruissero obbligatoriamente di uno dei quattro giorni di festività soppresse previste da legge e da contratto, con la conseguenza che ai predetti, di fatto, è stato sottratto un giorno di ferie? Anche in questo caso i dipendenti pubblici e le loro rispettive famiglie hanno minori diritti rispetto agli altri cittadini lavoratori?

16) Perché non si ricorda all’opinione pubblica che soltanto per i lavoratori pubblici collocati in quiescenza è stato previsto arbitrariamente il differimento di due anni per la corresponsione del dovuto TFR/TFS? Quale altro lavoratore è costretto, “obtorto collo”, al termine della propria attività lavorativa, a lasciare per un periodo biennale nella disponibilità del proprio ex datore di lavoro quanto maturato nel corso della propria vita professionale e di cui ha il pieno diritto di disporre immediatamente?

17) Perché non si ricorda all’opinione pubblica che il tasso di assenza per malattia dei lavoratori pubblici non è differente rispetto a quello dei dipendenti privati (per un maggior approfondimento, si rinvia a pag. 13, secondo punto)?

18) Perché non si informano i cittadini che nei confronti dei dipendenti pubblici   è stata prevista  una deroga delle norme costituzionali disponendo che per essi non si attui la presunzione di innocenza, principio cardine del nostro ordinamento applicabile a tutti i cittadini (anche a chi è accusato delle peggiore nefandezze), bensì quella di colpevolezza prevedendo, infatti, che un dipendente pubblico sottoposto a procedimento disciplinare possa essere licenziato nonostante che nei suoi confronti non si sia formato un giudicato penale (art. 69 Decreto legislativo n. 150 del 2009 che nel modificare l’art. 55 del Decreto legislativo n.165 del 2001, introduce l’art. 55 ter, co. 1)?

19) Perché non si informano i cittadini che come ulteriore discrimine realizzatosi nei confronti dei dipendenti pubblici è stata previsto la riduzione del 50% della retribuzione nei giorni di permesso utilizzati per assistere i parenti e familiari diversi dal coniuge e dai figli gravemente ammalati?

20) Perché non si informano i cittadini che il datore di lavoro pubblico a differenza di quello privato, ha la possibilità di regolamentare il rapporto di lavoro sia per quanto concerne l’ambito economico che per quello normativo attraverso lo strumento legislativo, con la conseguenza che le contrattazioni con le parti sociali talvolta si risolvono senza che queste ultime possano incidere in alcuna maniera sulle determinazioni assunte dall’Amministrazione? Al riguardo si osserva che con una disposizione di legge è stato previsto che fino al 31.12.2014 le retribuzioni pubbliche non potranno avere alcuna variazione in aumento ed, anzi, è possibile che, sempre con  provvedimento legislativo, si disponga unilateralmente la loro diminuzione.

Nella legge di stabilità approvata nel mese di ottobre scorso il Governo ha non solo confermato il blocco delle retribuzioni fino a tutto il 2014 già previsto dalla precedente compagine governativa, ma anche lo stop all’indennità di vacanza contrattuale (il 50% del tasso di inflazione Ipca) per il 2013-2014 ed il mancato recupero per quello maturato nel 2011 e 2012.

E, tutto ciò, in mancanza di qualsiasi tipo di contrattazione con le parti sindacali che non possono certo incidere in merito a provvedimenti legislativi legittimamente adottati dagli organi politici.

21) Perché non si informano i cittadini che con l’art. 5 co. 8 della Legge 7 Agosto 2012 n. 135 è stato disposto che, a differenza di quanto avviene per i dipendenti privati, per i lavoratori pubblici, nel caso di ferie, riposi e permessi non fruiti, in nessun caso si darà luogo a trattamenti economici sostitutivi?

Da ciò, consegue che il dipendente pubblico non avrà diritto ad alcun risarcimento per non aver potuto fruire delle ferie spettantegli per effetto di eventuali determinazioni datoriali unilateralmente assunte e/o per cause dipendenti da impossibilità oggettiva e, dunque, a lui non imputabili come, ad esempio, nel caso di malattie sopravvenute.

E tutto ciò in palese contrasto sia con la giurisprudenza della Corte di Giustizia Europea (Sentenza 20 gennaio 2009 – Procedimenti C-350/06 e C-520/06) che con quella della Corte di Cassazione italiana - Sez. Lav. (Sentenze n.11462 del 9 Luglio 2012 e n. 18211 del 24 Ottobre 2012).

 

  1. 2. Lavoro Pubblico: numero dipendenti, costi, statistiche, comparazione con gli altri Paesi Europei ed Occidentali.

La realtà misurata è diversa da quella rappresentata.

 

Anche per quanto concerne i dati relativi al numero dei dipendenti pubblici nell’opinione pubblica è largamente diffuso l’opinione secondo cui lo stesso, in comparazione con gli altri Paesi Europei ed Occidentali, sia enorme e spropositato rispetto al numero degli abitanti, che il costo  gravante sui  contribuenti sia al di fuori di ogni controllo, che gli stipendi percepiti dai pubblici dipendenti siano di molto superiori rispetto a quelli percepiti nel settore privato, che le assenze per malattia del lavoratori pubblici rispetto a quelli privati siano senza dubbio superiori ed altri luoghi comuni del genere.

Anche in questo caso, probabilmente nel passato è stato così, ma siamo certi che attualmente nulla sia cambiato?

A nostro modesto avviso la realtà attuale è ben diversa da quella che i mass media hanno indotto a credere l’opinione pubblica con una martellante opera di propaganda e per rendercene conto è sufficiente osservare i meri dati oggettivi e statistici messi a disposizione dalle varie istituzioni nazionali ed europee, dati che risultano, peraltro, facilmente accessibili da chiunque ne abbia la reale volontà (e forse il vero problema è proprio questo, e cioè la mancanza di una reale volontà di accedere ai suddetti dati e, soprattutto, di fornire al riguardo una corretta informazione alla cittadinanza).

 

Al riguardo, si osserva:

 

1) Perché non si informa l’opinione pubblica che la Ragioneria Generale dello Stato già nel 2006, fornendo i dati delle assenze del tanto vituperato comparto Ministeri, rappresentava che l’assenza media dei dipendenti pubblici era di 10,6 giorni, mentre per lo stesso anno la Confindustria rilevava che l’assenza media per malattia dei metalmeccanici era di 9,6 giorni e, in secondo luogo, che le assenze per malattia dei dipendenti pubblici italiani si collocavano, comunque, nella stessa fascia di quella dei lavoratori pubblici europei[10]?

Ora, pur volendo evitare un antipatico confronto con una categoria di lavoratori sicuramente più disagiata come quella dei metalmeccanici, dai dati forniti non sembra davvero giustificato l’attacco portato ai dipendenti pubblici, in particolare dal già ministro Brunetta che nei suoi monologhi televisivi diffamava e derideva i pubblici dipendenti dipingendoli come falsi malati e lavativi non avendo alcun serio contraddittore che potesse chiedergli di verificare scientificamente le fonti attendibili ed oggettive da cui derivava tali calunniose affermazioni.

Occorre, peraltro, rilevare che se fosse vero come asserito dal già ministro Brunetta che le assenze per malattia dei dipendenti pubblici sono diminuite della metà rispetto al periodo antecedente l’emanazione delle norme da lui promananti concernenti il pubblico impiego e cioè il Decreto n. 112 del 2008, convertito con L. n. 133 del 2008, e il D.Lvo 150 del 2009, le quali regolano, tra l’altro, le assenze per malattia dei suddetti dipendenti (affermazione questa su cui ci permettiamo di dubitare visto che nessuno ha in realtà mai potuto verificare con rigore scientifico i dati forniti in proposito) allora gli stessi, con gli attuali poco più di cinque giorni di assenza media per malattia, si collocherebbero ampiamente al di sotto della media delle assenze per lo stesso titolo sia dei dipendenti privati che dei dipendenti pubblici europei.

2) E perché, allora, se i dati sulle assenze per malattia dei lavoratori pubblici non sono differenti rispetto a quelle dei dipendenti privati (oltre che a quelle dei dipendenti pubblici europei) e anzi risultano inferiori, soltanto per i dipendenti pubblici (e solo per essi) è previsto, grazie alla contrattazione collettiva nazionale ed alla disastrosa legge Brunetta che, in caso di assenza di malattia, debbano versare una vera e propria tassa posto che le loro già magre retribuzioni sono sottoposte, per ogni singolo giorno di assenza verificatosi  a tale titolo, ad una  pesante decurtazione che in questi tempi di crisi contribuisce a renderne ancora più disagiate le condizioni di vita?

Il dipendente pubblico che si trova in uno stato di malattia, quindi, oltre a subire il danno alla propria salute ne subisce un altro economico di duplice natura.

In primo luogo, egli è costretto a sopportare i costi delle cure relative alla patologia da cui è affetto, costi che diventano sempre più elevati visto i continui tagli apportati da diversi anni alla sanità pubblica.

In secondo luogo, quasi come una beffa, per ogni giorno in cui sarà affetto da una patologia, anche grave, si vedrà ridotto lo stipendio, come lo se lo stato di malattia fosse da considerarsi una colpa o se, a priori, nonostante un giudizio medico il quale attesti che il lavoratore è affetto da una patologia, lo stato di malattia certificato dal medico dovesse, comunque, considerarsi non rispondente a verità e, pertanto, il dipendente pubblico andasse in qualche modo punito, almeno dal punto di vista economico.

Giova, inoltre, osservare che con il D.L. 6.12.2011, n. 201 convertito in Legge 22.12.2011, n. 214 è stata disposta l’abrogazione di alcuni istituti di grande civiltà giuridica posti a tutela del servizio pubblico e dei lavoratori del settore quali l’accertamento della dipendenza dell’infermità da causa di servizio e del conseguente rimborso delle spese di degenza, dell’equo indennizzo e della pensione privilegiata.

3) Perché non viene informata l’opinione pubblica che le retribuzioni pubbliche, secondi dati provenienti da organismi davvero attendibili e degni della massima considerazione  quali il FMI-OCSE- UE-EURISPES- CORTE DEI CONTI, RAGIONERIA CENTRALE DELLO STATO, sono fra le più basse del mondo occidentale (oltre  90% di esse sotto i 1.500 euro!) con una incidenza rispetto al PIL nazionale inferiore di oltre il 30% rispetto alla media europea - e con il blocco dei contratti collettivi pubblici almeno fino a tutto il 2014[11] - nonostante che in tale media siano inglobate le altissime (ed in questo caso oltre ogni media europea) retribuzioni dei Parlamentari ed in genere del ceto politico?

Per comprendere la veridicità di quanto ora affermato si osserva che il Presidente della Regione Molise e il Presidente della Provincia autonoma di Bolzano ricevono un’indennità per la carica ricoperta che è superiore a quella percepita sia dal Presidente degli Stati Uniti d’America e sia dal Cancelliere tedesco Angela Merkel che riceve circa 19.300,00 euro mensili! Il Presidente della Provincia autonoma di Bolzano, infatti, è pagato con 25.600,00 euro mensili, dato risalente al 2008 [V. Corriere della Sera del 7.01.2008, pag. 10, articolo a firma di Angela Frenda]; l’Ufficio Stampa del Sindaco di Roma Gianni Alemanno dispone di 60 persone ed ha una portavoce che per circa tredici mesi di lavoro, e precisamente dal 16 marzo 2012 al 29 aprile 2103, percepirà euro 177.682; il Capo Ufficio Stampa del Sindaco di Messina, Buzzanca, percepisce 136.000 euro annui; quello del Sindaco di Torino Fassino euro 186.269 all’anno – più di quanto guadagni il braccio destro di Obama! Il Presidente della Regione Calabria ha addirittura ingaggiato un fotoreporter per immortalarlo con un costo di 41.000 euro annui; in Regione Lazio due collaboratori strettissimi della già Governatrice, Renata Polverini, ricevono per le loro prestazioni lavorative la sobria cifra di euro 311.000 annui, mentre soltanto nei primi due annui e mezzi della legislatura regionale sono stati spesi 5 milioni di Euro in consulenze esterne ed "addirittura 75.000" euro per i compensi per i servizi fotografici!

E’ di comune e notoria conoscenza lo scandalo venuto alla luce nei mesi di settembre-ottobre 2012 riguardante la Regione Lazio ed, in particolare, le “prodezze”, per così dire, realizzate dal capogruppo del Pdl nell’appropriarsi di risorse pubbliche, scandalo dal quale è emerso  ancora un vota che lo sperpero di denaro pubblico non è rappresentato da quello che si realizza nel corrispondere i magri emolumenti ai funzionari e dipendenti pubblici che continuano a svolgere sempre più faticosamente le proprie funzioni.

Ampiamente oltre le medie europee si collocano anche gli stipendi percepiti dai vertici delle varie amministrazioni ed aziende pubbliche, della Magistratura, dei Prefetti, delle Forze Armate, delle Forze di Polizia (a mero titolo esemplificativo si rileva che all’attuale Capo della Polizia viene corrisposto uno stipendio, pari a circa 621.253,75 euro annui che è oltre il triplo di quello percepito dal capo dell’F.B.I, pari a circa 155.000,00 dollari - intorno ai 116.000,00 euro, con compensazioni aggiuntive che possono arrivare ad un massimo di +28%) del Corpo Diplomatico, delle molteplici Authority che ormai fanno parte della variopinta ed eterogenea galassia del lavoro pubblico, finendo con mescolare le carte tra personale contrattualizzato e il vero personale di diritto pubblico.

 Perché in questo caso non si effettuano le dovute distinzioni tra queste diverse categorie di dipendenti pubblici?[12]

È come se nel settore privato si dovessero fare le statistiche sulle retribuzioni dei dipendenti subordinati aggiungendo anche i redditi dei loro datori di lavoro  per poi affermare che i lavoratori dipendenti privati hanno retribuzioni al di sopra della media europea.

Per intenderci è come se per valutare il reddito medio di un operaio Fiat si dovesse tener conto dell’incredibile stipendio di circa 40 milioni di Euro percepito dall’amministratore delegato Sergio  Marchionne per l’anno 2011, comprensivo di Stock option.

Non si trascuri, inoltre, la recente sentenza dell’Alta Corte Costituzionale portoghese che ha dichiarato incostituzionale, per manifesta discriminazione rispetto al lavoro privato, il taglio agli stipendi pubblici imposti dai creditori internazionali per i 78 miliardi di euro in aiuti concessi a Lisbona.

Tra l’altro, il giudizio costituzionale ha riguardato solo le tredicesime e le quattordicesime già sforbiciate nel 2012. E’ stata, dunque, sufficiente che venissero limate al ribasso le sole «gratifiche stipendiali» per far scattare la valutazione di incostituzionalità. Chissà, se la nostra Corte costituzionale, investita della medesima questione, dimostrerebbe la stessa sensibilità giuridica…..

Al riguardo si osserva che nella Relazione dell’Organo di giustizia contabile al Parlamento per l’anno 2012, effettuata ai sensi dell’art. 60 T.U. sul Pubblico Impiego del 2001, infatti, è emerso che nel 2010 l’Italia ha segnato una crescita molto contenuta dell’andamento della spesa per i redditi pubblici rispetto al rapporto PIL, mentre Paesi come la Francia e la Gran Bretagna hanno mostrato incrementi molto più significativi. Sempre secondo quanto rilevato dal medesimo Organo, il rapporto PIL/spesa dei redditi pubblici si colloca nella media europea.

La Corte dei Conti nella citata relazione ha osservato che l’andamento delle retribuzioni lorde reali pro capite dei dipendenti pubblici registra, dal 2009 in avanti, una caduta sempre più marcata per tornare, nel 2014, a valori analoghi a quelli del 2002!

Ciò sta a significare che, contrariamente a quanto diffuso dalla forsennata propaganda mediatica, gli stipendi pubblici delle categorie non dirigenziali sono ormai prossimi a livelli di indigenza e che, in realtà, il relativo costo onera il contribuente in misura largamente inferiore rispetto alla media dei paesi occidentali.  

In proposito giova segnalare che il Corriere della Sera con un articolo del 20 maggio 2012 ha riportato il costo per l’anno 2005 sostenuto dai contribuenti dei dieci maggiori paesi europei in relazione al lavoro pubblico.

Ebbene, anche in questo articolo si rileva che le retribuzioni pubbliche italiane (pur se comprensive di quelle altissime ed assolutamente oltre alla media europea e dei manager e dirigenti delle varie aziende pubbliche, della Magistratura, dei Prefetti, di tutti i vertici delle Forze Armate e delle Forze di Polizia, del Corpo Diplomatico ed in genere di tutte le posizioni apicali delle nostre  istituzioni) si trovano ben al di sotto della media europea, collocandosi, infatti, in questa particolare classifica all’ottavo posto, superate ampiamente, non soltanto come facilmente immaginabili da quelle francesi, austriache, danesi, finlandesi, paesi bassi e lussemburghesi, ma addirittura anche da quelle dell’Inghilterra! Paese notoriamente, specialmente dopo il trattamento iperliberista dei Governi Thatcher, non incline ad erogare facilmente stipendi pubblici, ma che evidentemente (al contrario dell’Italia) è consapevole che per un efficace funzionamento dell’indispensabile apparato statale è necessario che i dipendenti pubblici percepiscano uno stipendio almeno dignitoso (Fonti: Eurispes, Corte dei conti, Ragioneria generale dello Stato).

Considerando che dal 2005 gli stipendi pubblici italiani sono rimasti al “palo”, a fronte di un’inflazione che, invece, è continuata ad aumentare, è facile immaginare che il loro potere di acquisto sia ulteriormente diminuito tanto da trascinare milioni di dipendenti pubblici alle soglie della povertà e, in molti casi, anche oltre.

Al riguardo si osserva che nel mese di ottobre 2012, sempre in attuazione della spending review, il Governo ha deciso di non corrispondere ai dipendenti pubblici l’indennità di vacanza contrattuale.

Secondo il calcolo effettuato dalla FP-CGIL, per effetto del blocco dei contratti e dello stop della indennità di vacanza contrattuale, a causa del blocco del recupero dell’inflazione, i lavoratori pubblici perderanno 240 euro al mese di potere di acquisto.

Negli anni la perdita accumulata in termini di poteri d’acquisto delle retribuzioni è in media superiore ai 6 mila euro per i lavoratori dei ministeri e superiore agli 8 mila per i lavoratori degli enti pubblici non economici.

Con la predetta legge di stabilità approvata non solo viene confermato il blocco delle retribuzioni fino a tutto il 2014 previsto dal precedente governo, ma anche lo stop all’indennità di vacanza contrattuale (il 50% del tasso di inflazione Ipca) per il 2013-2014 ed il mancato recupero per quello maturato nel 2011 e 2012.

Alla fine del 2014 secondo il numero uno della FP-CGIL, Rosanna Dettori,  mancheranno all’appello almeno 10 punti di potere d’acquisto.

La sindacalista sottolinea, inoltre, come il congelamento delle retribuzioni con il mancato recupero dell’inflazione peserà anche sulle future pensioni dei dipendenti pubblici calcolate sul montante contributivo e sul Tfr.

Anche in questo caso dunque i meri dati numerici e scientifici (tra l’altro facilmente acquisibili sempre che ve ne sia la reale volontà) dimostrano che, contrariamente alla propaganda ed alla disinformazione utilizzata da molti anni nel nostro paese concernente i lavoratori pubblici, le risorse utilizzate dal sistema Italia per il pagamento dei relativi stipendi sono al di sotto della media europea e, con riferimento ad alcuni paesi (Francia “docet”, ma non solo), ampiamente inferiori.

Altro profilo da valutare con estrema attenzione è quello relativo al “fenomeno della corruzione della burocrazia”. Detta tipologia di corruzione è destinata ad accentuarsi ulteriormente nei prossimi anni quale conseguenza diretta oltre che della vischiosità e scarsa trasparenza delle procedure amministrative (non a caso il primato assoluto, per quanto riguarda il pagamento di tangenti, riguarda il campo degli armamenti sottratto per ragioni di sicurezza nazionale a ogni forma di pubblicità-trasparenza) anche per effetto della costante perdita del potere d’acquisto delle retribuzioni dei funzionari pubblici. Cosicché, accanto a una corruzione per pura ed esclusiva avidità, già diffusa a livello endemico nel sistema politico italiano, si prevede lo sviluppo di una “corruzione per necessità” dei funzionari del ceto medio-basso, come dimostrano le molte esperienze straniere consolidatesi nei paesi emergenti e arretrati.

4) Perché, visto che siamo così solerti nel rispondere alle richieste dell’Europa, non si decide di portare le retribuzioni pubbliche al livello medio, magari non a quelle francesi o tedesche che sono circa il doppio di quelle nazionali, ma almeno di quella dell’Europa comunitaria?

Al riguardo si rinvia alla trasmissione “Ballarò” trasmessa su Rai Tre il 2.10.2012 nel corso della quale è stato operato un raffronto tra una busta paga di un insegnante tedesco e uno italiano di pari grado e pari anzianità.

Ebbene, il confronto è stato davvero impietoso, giacché dallo stesso è emerso che l’insegnante italiano percepiva circa euro 1.400, mentre quello tedesco circa euro 2.400 con una differenza, quindi, a  favore di quest’ultimo di circa 1.000 euro! E che, inoltre, l’insegnante tedesco, dovendo utilizzare la propria autovettura per recarsi sul posto di lavoro, poteva beneficiare della detrazione fiscale pari al 19% delle spese sostenute per il carburante acquistato a tal fine.

In confronto alla nostra realtà sembra davvero di assistere a un film di fantascienza, stile Star Trek!

5) Perché non si porta a conoscenza dell’opinione pubblica che secondo la Ragioneria Generale dello Stato nel 2006 i dipendenti pubblici italiani di ruolo erano circa 3.000.000 e quelli a tempo determinato circa 380.000, mentre la Corte dei Conti ha certificato, nella Relazione presentata al Parlamento nel 2012, che i dipendenti in servizio presso tutte le Pubbliche amministrazioni sono circa 3.359.000 compresi quelli assunti con rapporto di lavoro a tempo determinato e in formazione lavoro? E come non ricordare che rispetto al 2010 si è registrata una flessione definita come “rilevante” dalla medesima Corte pari all’1,9%, cui fa seguito altro analogo valore negativo per il 2009, con punte che arrivano finanche al 2,8% nel “Comparto Ministeri” e del 5% nel “Comparto Ricerca”?

La Corte dei conti osserva, inoltre: “Il raffronto tra il numero dei dipendenti pubblici e il totale degli occupati, in forte discesa per l’Italia nell’ultimo decennio (dal 16,4% al 14,4%), evidenzia un peso della burocrazia sul mercato del lavoro pari a circa la metà della Francia e di gran lunga inferiore anche al Regno Unito.

Del resto lo stesso Ministro della Funzione Pubblica Patroni Griffi, come riportato dal “Il Sole 24 Ore” in un articolo dell’edizione dell’8.9.2012, evidentemente al corrente dei veri dati oggettivi e scientifici concernenti subiecta materia, ha correttamente affermato che “il personale pubblico è al di sotto della media europea”, aggiungendo che però vi sono vincoli di spesa.

Secondo i dati forniti dal Conto Annuale della Ragioneria Centrale dello Stato, nel 2011 in Italia il numero dei dipendenti pubblici ha segnato il terzo ribasso consecutivo.

Dal 2008 al 2011 il numero dei lavoratori pubblici è diminuito di quasi 154.000 unità, circa il 5% del totale, l’equivalente di un capoluogo come Cagliari, Foggia o Ravenna.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Eurispes sulla p.a., nel resto d’Europa, a differenza che in Italia, i dipendenti pubblici aumentano.

Dal 2001 al 2011, infatti, gli addetti nel pubblico impiego sono cresciuti, soprattutto in Irlanda e Spagna, dove si è registrato un aumento rispettivamente del 36,1% e del 29,6%.

Altri paesi mostrano incrementi vicini ed oltre il 10% (Regno Unito 9,5% e Belgio 12,8%).

Infine, un altro gruppo di paesi mostra un trend crescente, ma contenuto e, comunque, di non scarso rilievo, visto che in Francia l’incremento è del 5,1%, in Germania del 2,5%, nei Paesi Bassi del 3,1%.

L’Italia risulta, quindi, l’unico paese un cui, nei dieci anni considerati, il numero dei dipendenti pubblici si è notevolmente ridotto.

Pertanto, posto che il numero dei lavoratori pubblici italiani nel 2001 era compreso nella media europea è evidente che i tagli continuamente apportati negli ultimi dieci anni agli organici della P.A. hanno comportato una diminuzione del numero degli stessi che attualmente sono, come del resto riconosciuto dal Ministro Patroni Griffi (il quale, del resto, si è semplicemente attenuto ai dati riscontrabili in merito), inferiori, almeno del 5%, rispetto alla media degli altri paesi comunitari.

Dal mero esame dei dati scientifici e statistici forniti da qualsiasi struttura istituzionale italiana ed europea emerge, quindi, ancora una volta che la riduzione dell’apparato pubblico italiano è una mera scelta politica che, compiendo un’analisi strettamente scientifica e macroeconomica rispetto agli apparati pubblici degli altri grandi Paesi occidentali, non appare affatto giustificata.

E, dunque, perché non informare correttamente i cittadini rappresentandogli che, a differenza di quanto quotidianamente divulgato dai mezzi di informazione, la percentuale dei dipendenti pubblici italiani, rispetto alla popolazione, è inferiore rispetto a quella di altri grandi Paesi europei e mondiali, mentre i relativi costi del lavoro che onerano la collettività sono largamente al di sotto della media degli altri paesi occidentali?

Si osserva, inoltre, che, grazie agli scellerati tagli previsti dalla L. n. 133 del 2008, il numero dei dipendenti pubblici è destinato a diminuire rapidamente (ed, infatti, sta già diminuendo), posto che per i prossimi anni è prevista la sostituzione di un dipendente per ogni 10 che andranno in pensione. Nel Conto annuale per gli anni 2008, 2009 e 2010 presentato dalla Ragioneria Generale dello Stato, si certifica (pag. 26), che i rapporti di lavoro a tempo indeterminato presso le Pubbliche amministrazioni hanno seguito un andamento il cui Tasso di cessazione è stato pari al 4,1% nel 2010, a fronte di un Tasso di assunzione pari al 2,7%.

L’articolo già citato del Corriere della Sera del 20.5.2012, inoltre, fa giustizia di un altro luogo comune che, grazie a un’informazione martellante e niente affatto reale, da molti anni viene ritenuta verità assoluta e cioè che la maggioranza dei dipendenti pubblici si trovino nel centro sud e che soltanto  un’esigua minoranza presti, invece, la propria attività nel nord del nostro paese.

Ebbene, anche in questo caso i dati numerici e scientifici rendono privo di qualsiasi fondamento un altro dei luoghi comuni diffusi in Italia in relazione al lavoro pubblico, posto che, dividendo l’Italia nelle tre grandi macrozone: Nord- Centro-Sud ed Isole, in percentuale, la maggioranza dei dipendenti pubblici italiani presta la propria meritoria attività nel nord Italia (Nord 34,83% - Centro 31,89% - Sud ed Isole 33,03%: “Fonte Eurispes-Corte dei Conti-Ragioneria Generale dello Stato”).

Inoltre, operando un semplice esame di dati numerici e statistici, emerge che, contrariamente a quanto si ritiene, la maggior percentuale di dipendenti pubblici rispetto alla popolazione non è rinvenibile in qualche regione meridionale, bensì in Lombardia, con una percentuale pari al 12,63% del totale nazionale (Fonte: Ragioneria Generale dello Stato, Conto annuale al 31.12.2009, pag. 34), mentre in Sicilia si concentrano dipendenti pubblici pari all’8,3% del totale.

Tra l’altro, alla data del 31 dicembre 2010, in Lombardia si concentrano il maggior numero dei dipendenti dei comparti Enti Locali (il 14,7%), Servizio Sanitario Nazionale (il 15%) e Scuola (il 14,5%).

Interessante questione è poi quella riguardante la possibilità di continuare ad assicurare i necessari servizi pubblici continuando nella politica dei tagli al personale e alle risorse economiche.

A meno che non si intenda risolvere la questione privatizzando i servizi pubblici con i conseguenti oneri economici che ne deriveranno per chi vorrà e potrà farne uso.

Con riferimento per esempio alla sanità, servizio attualmente pubblico e di cui tutti noi, direttamente o indirettamente, prima o poi nel corso della nostra vita siamo costretti a fruire, continuando con la politica dei tagli si arriverà, quindi, ahimè, entro un periodo non molto lungo, al fine di  poter fruire delle cure mediche, alla necessità di dotarsi, come accade già da molti anni negli Stati Uniti, di una polizza sanitaria privata.

Anche in questo caso sarebbe interessante conoscere quale sarà la sorte di coloro i quali non saranno in grado di dotarsi per sé e i propri cari della necessaria polizza sanitaria privata, tanto più che con l’attuale situazione di crisi sempre più persone hanno già difficoltà nell’adempiere alle quotidiane necessità quale quella dell’alimentazione, abbigliamento, pagamento mutui, affitti, bollette varie.

In proposito ci permettiamo di ricordare che negli Stati Uniti d’America, la Nazione più ricca e potente del mondo, ci sono oltre cinquanta milioni di cittadini americani senza assistenza sanitaria perché non in grado di pagarsi una polizza sanitaria e per i quali, in caso di necessità, vi è soltanto la possibilità di rivolgersi  alle decadenti ed inefficienti strutture pubbliche!

Come l’applicabilità ai dipendenti pubblici dell’art. 18 novellato possa contribuire ad evitare quella che negli Stati Uniti è da molti anni la triste realtà ora descritta risulta di davvero difficile comprensione.

6) Perché non si informa l’opinione pubblica che, comparativamente agli altri paesi europei, l’unico record assolutamente negativo concernente i lavoratori pubblici è quello dell’età media degli addetti al settore la quale, a causa del blocco più che decennale del “turn over”, sfiora ormai, i 53 anni con inevitabili conseguenze negative in merito alla prestazione lavorativa?

Occorre poi rilevare che dalla mancata rotazione tra nuovi occupati e cessati dal servizio, oltre a derivare un inevitabile peggioramento della qualità e  quantità del servizio reso alla cittadinanza, consegue, come indicato nella nota di variazione del bilancio preventivo del 2012 redatto dall’INPS, un disavanzo nella gestione del trattamento pensionistico, nel caso di specie del personale degli enti locali, “imputabile per la maggior parte al blocco del turn over che ha impedito agli enti locali di assumere personale nel caso in cui non veniva rispettato il patto di stabilità”.   

Tali considerazioni sono state, altresì , estese anche alle amministrazioni statali ed a quasi tutto il pubblico impiego in conseguenza di una consistente contrazione delle entrate contributive, a fronte delle quali corrisponde un aumento delle uscite per l’erogazione delle prestazioni di istituto.

7) Perché non si informa l’opinione pubblica che, a differenza delle altre nazioni  occidentali, ove la voce “consulenze esterne” nell’ambito pubblico  è sconosciuta o comunque molto limitata, nel “Bel Paese” i costi relativi alle “consulenze” erogate in favore di soggetti esterni alla Pubblica Amministrazione sono pari a circa tre miliardi e quattrocento milioni di Euro annui! (corrispondenti alla somma necessaria per rinnovare i contratti del settore pubblico bloccati almeno sino al 2014). Queste consulenze che dovrebbero avere durata e scopo ben limitati nel tempo, sono molto spesso, un modo per elargire sovvenzioni pubbliche volte a costituire vere e proprie posizioni di rendita clientelare o rappresentano un sotterfugio per raggirare le norme che impongono l’accesso alla carriere pubbliche solo mediante pubblico concorso. Si tratta, molte volte, di consulenze che finiscono anche per animare veri e propri conflitti con le professionalità interne, già in grado di fornire l’identico, se non superiore, apporto professionale reso dai “consulenti d’oro” esterni.

Senza contare poi che talvolta gli stessi professionisti o presunti tali che fruiscono sotto forma di consulenze di generose e spesso immeritate prebende pubbliche, quando possono non perdono occasione per denigrare e beffeggiare i lavoratori pubblici e, in generale, il sistema pubblico che corrisponde loro, invece, cospicui emolumenti pubblici. Come dire, oltre il danno, la beffa!

Non si può, inoltre, non dimenticare l’altro fenomeno negativo tutto italiano ovvero quello delle «auto blu» ovvero delle autovetture di Stato affidate alle personalità politiche e a quelle appartenenti ai vertici politico-amminstrativi delle innumerevoli Amministrazioni pubbliche. Si tratta di casi che, nella quasi totalità, sono assegnate in modo del tutto immotivato e il cui abuso ha portato l’Italia a dotarsi di un parco macchine sterminato non paragonabile a nessun altro paese del mondo occidentale, neanche a quelle ove esistono ancora le monarchie.

A titolo di esempio è sufficiente osservare che, mentre negli Stati Uniti d’America le auto blu sono circa 80.000 (e, tra l’altro, si pensa di ridurle drasticamente), in Italia sono circa 600.000! con la conseguente enorme spesa che tra costi di gestione, manutenzione, personale addetto e altro, secondo alcune stime, arriva a sfiorare i 10 miliardi annui!

Al riguardo si osserva che vi sono personaggi politici di tutti gli schieramenti che, a distanza di molti anni dalla cessazione della propria attività politica, ancora utilizzano l’«auto blu» impegnando, tra l’altro, delle cospicue risorse in termini di unità di personale, risorse che potrebbero, invece, essere destinate ad altre attività.

E che dire delle “scorte” attribuite a personaggi di varia natura e che spesso sono del tutto immotivate costituendo, di fatto, uno “status symbol” e che costano molto allo Stato sia in termini di mezzi che di risorse umane utilizzare a tale scopo?

Come il novellando art. 18 possa porre un argine a queste situazioni davvero prive di qualsiasi giustificazione è questione che, dobbiamo confessare, sfugge alle nostre capacità cognitive e intellettuali.

8) Perché quando si parla di licenziabilità per motivi economici nell’ambito del pubblico impiego ci si dimentica di quanto accaduto con la rimozione dei dirigenti pubblici attraverso l’introduzione dello “Spoils System”, sistema ritenuto in un primo momento come cosa buona e giusta, salvo ritornare indietro sui propri passi dopo averne verificato l’incongruenza e il pericolo che poteva derivarne per la gestione della cosa pubblica?

 

 

 

  1. Il sistema delle “Spoglie”: sistema parzialmente superato dalla Corte costituzionale.

 

A tal proposito è bene ricordare che con diverse Sentenze, la Corte Costituzionale ha rimesso in discussione l’introduzione dello “Spoils System”, poiché quello che era stato acclamato da più parti come principio di buona amministrazione ereditato dal sistema anglosassone per risolvere molti dei problemi di presunta inefficienza della P.A. è, invece, stato dichiarato come illegittimo proprio per violazione di quegli stessi principi di buon andamento e imparzialità della P.A..

Con lo Spoils System, infatti, anche tutte le forze politiche hanno dovuto ammettere che in tal modo si era finito con aumentare la ricattabilità del dirigente e dunque la sua dipendenza assoluta e indifesa dalla classe politica che lo avrebbe nominato e\o confermato.

Il carattere temporaneo dell’incarico, infatti, faceva sentire il dirigente sempre sotto pressione con la conseguenza che lo stesso tendeva sempre di compiacere la classe politica che lo aveva nominato per evitare la revoca dell’incarico o il suo mancato rinnovo.

La Corte Costituzionale intervenne e dichiarò la illegittimità costituzionale dello Spoils System, poiché la precarizzazione del rapporto di lavoro è di per sé incompatibile con le esigenze di imparzialità e buon andamento della P.A., ai sensi degli art. 97 e 98 della Costituzione.

La Corte ha ricordato nelle sue sentenze che la garanzia dei prima citati principi di buon andamento e imparzialità può essere preservata solo attraverso un rapporto di lavoro che possa garantire la continuità dell’azione amministrativa.

Tali brevi considerazioni riconosciute dal Giudice delle leggi sono le stesse osservazioni che hanno sempre giustificato la stabilità del rapporto di lavoro nell’ambito del P.I., addirittura da prima dell’entrata in vigore della nostra Costituzione (ovviamente i riferimenti normativi generali erano altri).

Perché non si considerano le drammatiche conseguenze che potrebbero derivare sulla corretta gestione dell’azione amministrativa dai licenziamenti individuali nel P.I.?

Si pensi, ad esempio, alla figura del Responsabile del Procedimento, ai sensi della L. n. 241 del 1990 e s.m.i. in tema di appalti pubblici o, comunque, inerente l’adozione di qualunque atto e provvedimento amministrativo.

Sarebbe questi in grado di dissentire avverso una irregolarità imposta da chi lo può buttare sul ciglio della strada?

Si pensi ancora a un medico di una struttura sanitaria o al responsabile della farmacia di un ospedale pubblico costretto a utilizzare prodotti farmaceutici ritenuti nocivi per la salute pubblica e impostigli da chi lo può licenziare con il pretesto di presunte o realistiche difficoltà economiche della struttura sanitaria pubblica.

In questo caso il medico e/o il responsabile di un così delicato servizio sarebbero  in grado di resistere a questo tipo di pressioni?

Queste sono sempre state le motivazioni per le quali è sempre stata validamente giustificata la stabilità del rapporto di lavoro dei dipendenti pubblici. Stabilità che ora si vuole far passare come ingiustificato “privilegio”.

Valutando tutte queste domande che non troveranno mai risposta, si può dedurre che alla fin, fine, venuto meno l’ultimo grande baluardo che differenziava ancora l’impiego privato da quello pubblico, si può azzardare ad affermare che i “Servitori dello Stato” avranno dalla loro parte una disciplina complessiva del loro rapporto di lavoro addirittura di natura peggiorativa rispetto ai limiti normalmente riconosciuti ai privati!

 

  1. Norme disciplinari

 

E che dire poi della materia disciplinare applicabile ai dipendenti  pubblici che dopo le disastrose modifiche apportate dalla Legge Brunetta, è divenuta ampiamente più severa rispetto alla corrispondente normativa applicata per i dipendenti privati tanto che a causa dell’ingiustificato livore nei confronti dei lavoratori pubblici ci si è spinti fino a prevedere nei loro confronti (e soltanto per loro) una deroga delle norme costituzionali disponendo che per essi non si attui la presunzione di innocenza, principio cardine del nostro ordinamento applicabile a tutti i cittadini (anche a chi è accusato delle peggiore nefandezze), bensì quella di colpevolezza prevedendo, infatti, che un dipendente pubblico sottoposto a procedimento disciplinare possa essere licenziato nonostante che nei suoi confronti non si sia formato un giudicato penale (art. 69 D.lgvo n. 150 del 09 che modifica l’art. 55 del Decreto  legislativo n. 165 del 2001 introducendo l’art. 55 ter, co. 1).

Si prevede, inoltre, come ulteriore ingiustificata discriminazione che il dipendente pubblico, ingiustificatamente licenziato, e nei cui confronti il giudice abbia pronunciato un provvedimento con cui si riconosce nei suoi confronti la totale innocenza in merito ai fatti contestatigli (sentenza di assoluzione per non aver commesso il fatto o perché il fatto non sussiste), non venga riammesso d’ufficio in servizio, ma che sullo stesso gravi l’onere, entro il termine perentorio semestrale, di proporre apposita istanza (art. 69 D.lgvo n. 150 del 2009 che modifica l’art. 55 del Decreto legislativo n. 165 del 2001 introducendo l’art. 55 ter, co. 2).

Con la conseguenza che nell’eventualità in cui il lavoratore pubblico non sia in possesso delle specifiche cognizioni necessarie per conoscere una così delicata materia (situazione che si verifica nella quasi totalità dei casi, attesa la complessità della materia), se  l’avvocato  a cui si è rivolto per la tutela dei propri diritti, per i motivi più eterogenei (dimenticanza, errore, disguido) non ottemperasse al dettato legislativo, finirebbe, pur se esente da qualsiasi responsabilità disciplinare e/o penale, nel perdere la possibilità di essere riammesso in servizio con le conseguenze disastrose facilmente immaginabili per egli e per la sua famiglia.

Occorre, inoltre, evidenziare che con il citato art. 69 si è modificato ulteriormente l’art. 55 del Decreto legislativo n. 165 del 2001 arricchendolo con due ulteriori commi, il “quater” ed il “quinques” i quali prevedono una serie, oseremmo dire ormai sconfinata, di ipotesi di comportamenti omissivi e/o commissivi al cui verificarsi consegue per il dipendente pubblico come unica sanzione ipotizzabile il licenziamento.

E, tutto ciò in evidente violazione dei principi di gradualità e proporzionalità notoriamente richiamati nel consolidato orientamento della Giurisprudenza di merito e di legittimità nell’irrogazione delle sanzioni penali e/o civili attribuite a chi si rende autore di condotte illegittime e/o illecite.

Anche in questo caso sembra, quindi, evidente che nei confronti del dipendente pubblico si sia realizzata un’ulteriore deroga rispetto ai principi di diritto applicati nei confronti dei comuni cittadini nei confronti dei quali i predetti lavoratori risultano subire una pesante “deminutio” di tutele.

 

  1. 1 Soppressione dei collegi arbitrali di disciplina – la mancata applicazione ai dipendenti pubblici contrattualizzati della procedura conciliativa di cui all’art.7 della L. 20 maggio 1970, n. 300.

 

E’ necessario ricordare, tra l’altro, che nei confronti dei dipendenti pubblici si è realizzata un’ulteriore discriminazione rispetto ai lavoratori privati posto che, in caso di sanzioni disciplinari, per i primi non è più possibile ricorrere, a differenza che per i secondi, ai collegi arbitrali interni e nemmeno possono fruire delle procedure di conciliazione ed arbitrato che, come è noto, ai sensi dell’art. 7 L. 300/70, possono, invece, essere utilizzate dai dipendenti del settore privato (ulteriore discriminazione rispetto all’impiego privato)[13].

E, infatti, i Collegi Arbitrali di Disciplina che operavano per il settore pubblico sono stati soppressi con D.Lvo n. 150 del 2009 e ciò unicamente per corrispondere a “sentimenti” di natura demagogica e non certo per soddisfare esigenze razionalmente ispirate ai principi di cui all’art. 97 della Costituzione.

Tra le accuse che venivano precedentemente mosse all’indirizzo dei CAD che si occupavano dei procedimenti disciplinari promossi nei confronti dei dipendenti pubblici, la principale era quella secondo cui  i Collegi di Disciplina risultavano troppo protesi a loro favore.

Non si è, però, mai dimostrato – dati alla mano - se tale asserzione avesse qualche fondamento o meno.

Ora, invece, detto contenzioso è ricaduto completamente sui già affollati ruoli dei Tribunali ordinari in funzione di Giudice del Lavoro.

Sebbene molti sono i tentativi presenti nei Disegni di Legge allo studio del Governo e pronti ad essere approvati in sede parlamentare volti a introdurre ulteriori filtri con intenti deflattivi (o sarebbe meglio dire «defatigatori») del processo civile, ci sembra che la soppressione dei C.A.D. sia andata proprio nel segno opposto alle anzidette intenzioni.

È singolare che mentre da una parte con il c.d. Collegato al Lavoro approvato nel novembre 2010 si favorisce il ricorso a diverse ipotesi di conciliazione e arbitrato nelle controversie individuali di lavoro (art 31), dall’altra si dispone la soppressione dei Collegi di disciplina arbitrale presso le Amministrazioni pubbliche.

La miopia dell’intervento legislativo di tipo demagogico prima evidenziato non ha, dopotutto, tenuto conto che i C.A.D. esercitavano un’importante effetto filtrante di tutta l’immensa mole del contenzioso rappresentato dai procedimenti disciplinari in ambito di rapporto di lavoro pubblico contrattualizzato.

I C.A.D., inoltre, non comportavano alcun onere economico per l’Amministrazione posto che dei 5 componenti di ciascun collegio soltanto il presidente percepiva un compenso simbolico posto a carico dell’Amministrazione, pari a sole 1,13 € a seduta.

L’abolizione dei C.A.D. appare tanto più priva di motivazioni logiche ed oggettive, posto che il Governo, al fine di migliorare il comatoso stato della giustizia, ha  dato il via ad azioni per deflazionare l’enorme contenzioso che affligge il nostro sistema giudiziario.

Al riguardo è sufficiente fare riferimento oltre che al citato arbitrato Collegato al Lavoro, anche all’Istituto della Mediazione la cui “ratio”, in parte condivisibile, è quella di tentare di risolvere le quotidiane controversie che sorgono nella vita quotidiana evitando che le stesse si riversino nelle aule dei Tribunali affollate ormai all’inverosimile.

Non si comprende, quindi, quale sia la motivazione (se non quella di una prevenzione ideologica nei confronti dei Lavoratori Pubblici) che ha portato l’abolizione dei CAD i quali dirimevano stragiudizialmente senza onere alcuno per i Tribunali le controversie disciplinari riguardanti 3 milioni ed oltre di dipendenti pubblici i quali ora, per tutelare i propri diritti, non avranno altra possibilità che

rivolgersi al Giudice del Lavoro con conseguenze facilmente immaginabili in merito all’aggravio dei carichi di lavoro e delle spese procedurali conseguenti.

Tale decisione appare tanto più sconcertante posto che la “Legge Brunetta” rende molto più semplice l’irrogazione delle sanzioni disciplinari nei confronti dei pubblici dipendenti ampliando a dismisura la potestà disciplinare dei Dirigenti.

A questo punto è facile ipotizzare un aumento del numero dei procedimenti disciplinari nei  confronti dei Lavoratori Pubblici (come di fatto si sta verificando) a cui, considerando che gli stessi non possono fruire delle procedure di conciliazione ed arbitrato di cui al citato art. 7 dello Statuto dei Lavoratori applicabili, invece, ai dipendenti privati, seguiranno le relative impugnazioni innanzi al Giudice del Lavoro, già travolto da centinaia di migliaia di procedimenti.

Come tutto ciò possa tradursi in un miglioramento dei servizi pubblici appare davvero di difficile comprensione.

Quello che appare evidente è che tutti i provvedimenti legislativi adottati nell’ambito del Lavoro Pubblico in questi ultimi quindici anni hanno avuto come unica “ratio” una inequivocabile volontà punitiva nei confronti dei pubblici dipendenti, senza alcuna reale volontà riformatrice della Pubblica Amministrazione.

In questo stesso solco senza dubbio si colloca il novellato art. 18 che sembra rappresentare l’approdo di un percorso avviato diversi lustri orsono e che, non arrecando alcun beneficio ai cittadini in termini di minor pressione fiscale e/o migliori servizi, ha comportato una costante “deminutio” dei diritti dei lavoratori pubblici ed un  inarrestabile impoverimento per la stragrande maggioranza degli stessi, tranne che per una ristretta cerchia appartenente ad una ingiustificata “elite”, la quale, anzi, ha visto notevolmente aumentare le proprie entrate economiche.


  1. Il processo di equiparazione fra lavoro pubblico e lavoro privato

 

 

Alla luce delle brevi e necessariamente non complete osservazioni sopra esposte è evidente che il processo di equiparazione fra lavoratori pubblici e privati è ormai completato.

In merito non possiamo che esprimere il nostro giudizio negativo visto che, nonostante le tesi aberranti che ormai in questi ultimi anni si sono diffuse nel Paese grazie ad un bombardamento mediatico di assoluta disinformazione, il lavoro pubblico è da considerarsi ontologicamente diverso e differente rispetto a quello privato.

 

  1. 1 “La posizione della Corte costituzionale” (Il contrasto con la Corte dei conti)

 

La consolidata giurisprudenza del “Giudice delle Leggi” ha ammesso in più occasioni[14] la possibilità di una disciplina differenziata del rapporto di lavoro pubblico rispetto a quello privato, in quanto il processo di omogeneizzazione incontra il limite «della specialità del rapporto e delle esigenze del perseguimento degli interessi generali» (sentenza n. 275 del 2001). La pubblica amministrazione, infatti, «conserva pur sempre – anche in presenza di un rapporto di lavoro ormai contrattualizzato – una connotazione peculiare», essendo tenuta «al rispetto dei principi costituzionali di legalità, imparzialità e buon andamento cui è estranea ogni logica speculativa» (sentenza n. 82 del 2003). Ha altresì già precisato che la specificità del «lavoro pubblico, per il quale rileva l'art. 97 Cost.» (sentenza n. 367 del 2006) legittima differenziazioni di trattamento rispetto al lavoro privato, e che «le peculiarità del contratto collettivo nel pubblico impiego [che è] “efficace erga omnes”, “funzionale all'interesse pubblico di cui all'art. 97 Cost.”, inderogabile sia in pejus che in melius, oggetto di diretto sindacato da parte della Corte di Cassazione per violazione o falsa applicazione» influiscono anche sul piano processuale determinando «l'impossibilità di ritenere a priori irrazionali le peculiarità» della diversa disciplina (sentenza n. 199 del 2003).

Con Sentenza n. 120 del 10.5.2012 la Corte costituzionale ha dichiarato infondata la questione di legittimità costituzionale concernente l’art. 71 del D.L. 25 giugno 2008 n. 112 convertito in legge, con modificazioni dall’art. 1, comma 1, della legge 6 agosto 2008 n. 113, il quale dispone che nei confronti dei pubblici dipendenti venga disposta una decurtazione per i primi dieci giorni di assenza per malattia.

Il dubbio di legittimità costituzionale palesato dal giudice rimettente investiva quella parte della norma che prevede per i pubblici dipendenti una decurtazione dello stipendio per i primi dieci giorni di assenza per malattia, in corrispondenza dei quali viene erogato il solo trattamento economico minimo o fondamentale, in riferimento alle indennità, emolumenti, aventi carattere fisso e continuativo ed altri trattamenti accessori.

La doglianza sottoposta all’attenzione del Giudice delle Leggi mirava ad evidenziare l’asserito contrasto del disposto in argomento con i referenti costituzionali rappresentati dagli art. 3, 32, 36 e 38 e riconducibili in estrema sintesi alla previsione di un trattamento economico deteriore rispetto ai lavoratori privati che indurrebbe il lavoratore pubblico – anche se malato – a lavorare, pur di sottrarsi al suddetto taglio retributivo.

Ebbene, anche in questo caso, la Corte costituzionale ha ritenuto che il trattamento differenziale e, senza alcun dubbio, peggiorativo del lavoro pubblico rispetto a quello privato, sia giustificabile posto che i relativi ambiti lavorativi, seppur da tempo avviati verso una tendenziale rapporto di omogeneizzazione, prevedono inevitabili sacche di incomunicabilità normativa e/o di disciplina, dovute alla natura speciale del rapporto di pubblico impiego.

Ed, invero, il sistema in cui la norma in questione è destinata ad operare impone il necessario bilanciamento sia con il principio di matrice costituzionale quale quello  del buon andamento dell’amministrazione (art. 97), sia con ulteriori esigenze di rango primario di controllo della spesa pubblica.

Il Giudice delle Leggi con la sentenza in questione conferma, quindi, che la convergenza normativa del lavoro privato e del lavoro pubblico, a causa delle peculiarità di quest’ultimo, è destinata a procedere in modo parallelo e niente affatto convergente.

Vi è quindi da domandarsi per quale motivo la specificità riconosciuta ai lavoratori pubblici dalla Corte costituzionale e che giustifica il trattamento deteriore riservato loro ormai sotto molto aspetti rispetto a quello riconosciuto ai dipendenti privati, non debba essere più considerata tale quando si tratti di valutare se disporre o meno nei loro confronti l’efficacia del novellando art. 18.

In sostanza, quando si tratta di applicare ai dipendenti pubblici misure peggiorative di natura retributivo- previdenziale- normativa rispetto a quelle applicate ai lavoratori privati le stesse sono giustificate dalla peculiarità del regime pubblicistico a cui i lavoratori pubblici sono soggetti, mentre quando si decide se applicare loro il citato art. 18 come per magia tale specificità scompare e si volatilizza nel nulla diventando addirittura questione di “pari opportunità”…

Come dire: un classico esempio di “due pesi e due misure”.

 

  1. 2 “La posizione della Corte dei Conti” ( il contrasto con la Corte Costituzionale)

 

La posizione assunta dalla Corte costituzionale risulta del tutto confliggente con quella della Corte dei conti.

Nella “Relazione 2012 sul costo del lavoro pubblico” il Giudice Contabile critica espressamente la congerie di interventi e di norme (definita “una legislazione stellare e frammentata” che si esprime “ in senso restrittivo su singole voci che incidono sul costo del personale”), che con varie modalità, a partire dal D.L. 31.05.2010, n. 78 fino alle più recenti manovre economiche d’estate ed, infine, a quelle del “Governo Monti”, congelano,  di fatto, fino a tutto il 2015 le retribuzioni nel pubblico impiego ed impongono altre misure fortemente restrittive, nell’ambito di provvedimenti diretti al contenimento della spesa pubblica che recidono la correlazione tra prestazione e retribuzione, e la misurazione dell’efficienza della prestazione resa.

Ebbene, la magistratura contabile lucidamente critica la definizione normativa del pubblico impiego in termini solo finanziari, peraltro fortemente rigidi, che privano le singole amministrazioni dell’elasticità necessaria per utilizzare lo strumento salariale per i fini di recupero di produttività nel settore pubblico e per il miglioramento dei servizi.

Il Giudice costituzionale e quello contabile quindi, nel medesimo periodo, offrono due visoni dicotomiche, ancora una volta, sul pubblico impiego.

La Corte costituzionale lo inquadra come assoggettabile a buon diritto a misure di contenimento della spesa pubblica in quanto ontologicamente diverso rispetto al lavoro privato, la Corte dei conti, invece, in qualche modo lo “ assolve” nelle sue “mancanze”, riconoscendo le misure contenitive, e le conseguenti mancate crescite economiche, quali responsabili del peggioramento delle prestazioni e dei servizi.

Ancora una volta, quindi, l’impiego pubblico è terreno di dubbi e incertezze interpretative, poiché ambito pubblico o privato a seconda dei punti di vista, dei settori di riferimento, delle innumerevoli deroghe, e gli esempi da proporre sarebbero moltissimi.

Solo per citare un’incongruenza di davvero difficile comprensione: il comparto sicurezza e soccorso civile (Forze Armate, Polizia, Vigili del Fuoco) ovvero alcune delle categorie di personale che l’art. 3 del decreto legislativo n. 165 del 2001 assoggetta a un regime derogatorio di diritto pubblico, viene invece quasi esonerato dalle misure contenitive della spesa.

La stessa Corte dei conti nella Relazione prima menzionata osserva criticamente che per questa categoria: “il decreto legge 26 marzo 2011, n. 27 convertito con modificazioni dalla legge 23 maggio 2011, n. 74, prevede un incremento del Fondo finalizzato alla erogazione al personale di specifici emolumenti volti a compensare gli effetti del blocco degli automatismi stipendiali e delle progressioni di carriera disposti dall’art. 9 del decreto legge n. 78 del 2010, effetti che, relativamente al 2011 risultano in tal modo pressoché completamente neutralizzati”.

In buona sostanza le misure contenitive della spesa pubblica paradossalmente finiscono per incidere soltanto sugli stipendi del personale statale “privatizzato”, e non su quello che per legge risulta ancora disciplinato dal diritto pubblico!

Così come del resto il novellato art. 18 finirebbe curiosamente per avere effetti solo nei confronti del personale “privatizzato” e non nei confronti di quello che, ai sensi del suddetto art. 3 D.Lvo 30.03.2001, n. 165, è ancora soggetto esclusivamente al regime pubblicistico.

 

 

  1. Il lavoro pubblico come “unicum”

 

A parere di chi scrive il lavoro pubblico costituisce un “unicum” inscindibile e la divisione tra dipendenti privatizzati/contrattualizzati e sottoposti in parte al regime civilistico ed in parte a quello pubblicistico e dipendenti non contrattualizzati e soggetti esclusivamente al regime pubblicistico non avrebbe alcun fondamento giuridico.

Quanto ora esposto acquista maggior forza in virtù della circostanza che i provvedimenti limitativi di eterogenea natura disposti  dai vari governi nei confronti del lavoro pubblico ai fini del perseguimento del buon andamento dell’Amministrazione e del contenimento della spesa pubblica, finiscono in maggior misura per riguardare i dipendenti in regime privatistico, escludendo spesso  dall’applicazione proprio i dipendenti soggetti al regime pubblicistico e che, come tali, dovrebbero, invece, prioritariamente essere interessati da qualsiasi atto predisposto al fine  della realizzazione dei principi di buon andamento ed efficienza di cui all’art. 97 Cost., nonché al contenimento della spesa pubblica.

 

  1. 1 Lavoro pubblico: differenza ontologica rispetto al lavoro privato.

 

Una volta riconosciuta l’unicità del rapporto di lavoro pubblico e la sua diversità di matrice ontologica rispetto al lavoro privato diviene più semplice cogliere le insuperabili differenze esistenti tra i due modelli lavorativi.

Il lavoro privato per sua natura non è tenuto – a differenza di quello pubblico - né al rispetto dei principi costituzionali di cui al citato art. 97, né ad alcun controllo di spesa legislativamente predeterminato.

Esso è volto, infatti, unicamente al raggiungimento del profitto e ciò comporta, tra l’altro, che i parametri di valutazione oggettiva del lavoratore sono molto più agevolmente individuabili rispetto a quelli di davvero difficile, se non impossibile individuazione con riferimento al lavoro pubblico, posto che il raggiungimento di un utile per l’azienda è esso stesso condizione di riconoscimento di un risultato a cui i dipendenti dell’azienda hanno necessariamente contribuito, anche se in misura diversa a seconda dei compiti svolti e delle qualifiche ricoperte.

A titolo di esempio, si ricorda che l’azienda tedesca produttrice di autoveicoli, la “Volkswagen”, nel 2011 ha raggiunto la cifra record dei propri profitti per un importo di 14 miliardi di euro, pari a un aumento del 36% degli utili e che, in conseguenza del raggiungimento di tale risultato, è stato giustamente distribuito agli operai che avevano contribuito con il proprio lavoro al raggiungimento di un così positivo risultato un bonus di circa 8.000 euro ciascuno, nonostante l’azienda automobilistica tedesca abbia avviato da tempo la concertazione sindacale con l’IgMetall considerato tra i sindacati  più forti al mondo e nonostante si era già contratto con lo stesso sindacato nel 1993 l’orario corto degli operai. Detta concertazione, sfociante a tratti - a dire degli esperti - in una cogestione aziendale, ha inoltre comportato di recente l’adozione di un codice etico dei diritti del lavoro in ogni impianto industriale al mondo ove l’azienda di Wolfsburg è presente a dimostrazione del fatto che il rispetto delle norme e della persona-lavoratore non devono inevitabilmente finire con il limitare fortemente i margini degli utili d’impresa.

La notissima azienda americana Google nell’ambito della propria organizzazione ha ritenuto di adottare provvedimenti e comportamenti che garantiscano ed estendano il welfare aziendale fruibile dai suoi dipendenti.

In un articolo pubblicato sulla rivista “Forbes” il colosso di Mountain View ha rivelato di voler concedere alle famiglie dei propri lavoratori defunti il 50% del loro salario per la bellezza di 10 anni ed un assegno di 1.000 dollari al mese per i figli fino a 19 anni, prolungato fino a 23 anni se studiano all’Università, nonché benefit in azioni per il coniuge.

Lavorare in Google per i 34.000 dipendenti sarà dunque più ambito e rassicurante, anche se già oggi Mountain View è all’avanguardia per il Welfare aziendale che offre ai dipendenti: mense di altissimo livello, pranzi e cene in locali alla moda, servizi di aiuto domestico, visite mediche e cure gratuite in sede e persino il parrucchiere.

D’ora in poi l’estensione “post vita” del welfare farà certamente aumentare la attrattività dell’azienda, attirando cervelli e talenti più di quanto non faccia già ora.

Già ad oggi i neo papà che lavorano per il colosso informatico hanno diritto a sei settimane di congedo retribuito, mentre le mamme possono prenderne diciotto dopo la nascita di un bimbo. Non a caso le stime aziendali parlano di dipendenti con una età media molto bassa, spesso con figli.

L’azienda in questo modo secondo quanto affermato da Laszlo Bock, manager delle risorse umane di Google, ha un tornaconto nell’aumento della produttività.

L’idea è che una dimensione professionale più soddisfacente possano migliorare le prestazioni di manager e dipendenti. Il che si traduce in uno stimolo a far carriera, stimolando la competitività interna.

E’ sufficiente quest’ultima affermazione per renderci conto che nell’ambito del lavoro pubblico in Italia ci troviamo di fronte ad una situazione che si colloca agli esatti antipodi rispetto a quella esistente in Google.

Nel settore pubblico, infatti, oltre ad avere retribuzioni nella media ormai ai limiti della sopravvivenza con annesso risibile trattamento pensionistico, a non fruire di nessun tipo di benefit, di Welfare aziendale, di una dimensione professionale soddisfacente, ad avere scarse o nulle possibilità di carriera e comunque quasi mai basate su di una reale meritocrazia, c’è l’aggravante della riprovazione morale proveniente da larghi settori della società civile che, aggredita da una violentissima campagna mediatica di disinformazione senza alcuna reale possibilità di contraddittorio, è stata indotta  a ritenere che una delle cause, o forse la maggiore, dei problemi dell’Italia sia rappresentata dal costo e dall’improduttività del lavoro pubblico che ha certamente le sue responsabilità, ma che dall’esame dei meri dati numerici e scientifici risulta incidere sul sistema Italia in misura minore rispetto ai corrispondenti settori degli altri grandi paesi europei.

Ed anche per quanto concerne la produttività si potrebbe pensare ai nostri sistemi sanitari e scolastici i quali nonostante i selvaggi e scellerati tagli apportati dai vari Governi in questi ultimi anni continuano (anche se con sempre maggiori difficoltà) grazie alla professionalità e serietà degli addetti al settore, ad assicurare ai cittadini un servizio di altissimo livello.

E lo stesso potrebbe dirsi per molti altri settori, quali la Giustizia, la Protezione Civile, la Sicurezza ed altri ancora.

E’ chiaro che continuando ad operare unicamente nell’ottica miope del risparmio e della necessità di fare cassa, con continui e sempre più devastanti tagli alle risorse ed al personale, unita ad una martellante disinformazione proveniente dai mass media, i servizi pubblici non potranno più garantire le prestazioni di cui comunque, pur con i mille difetti e lacune che spesso li contraddistinguono, siamo  (o forse sarebbe meglio dire eravamo) abituati a fruire.

La verità è che in nessun settore è possibile avere dei buoni risultati se non si investe, in “primis”, nelle risorse umane.

Google”, come molte altre aziende americane, rappresenta l’esempio di come gli investimenti da impiegare nelle Risorse umane permettano di ottenere risultati di primissimo livello.

In Italia nell’ambito del lavoro pubblico (ma lo stesso potrebbe dirsi per la quasi totalità del lavoro privato) si è deciso da molti anni di operare esattamente in senso contrario.

Come si possa pretendere, quindi, che le prestazioni ed i servizi resi migliorino è questione davvero misteriosa che sfugge, dobbiamo confessarlo, alle nostre capacità di comprensione.

 

  1. 2 La difficile misurazione della “performance” nell’ambito pubblico.

 

Per il lavoro pubblico la misurazione dell’utile raggiunto è evidentemente impossibile o comunque di difficile quantificazione e qualificazione, posto che le amministrazioni pubbliche non hanno e non possono avere come obiettivo il raggiungimento del profitto e che, quindi, è difficile, se non impossibile, individuare un parametro di valutazione oggettiva della prestazione di un lavoratore.

Giova inoltre evidenziare che l’Italia è del tutto priva di una adeguata cultura in materia di valutazione dei servizi pubblici, nonché di professionalità che siano in grado di predisporre criteri che siano il più possibile oggettivi ed in grado di ridurre al minimo gli inevitabili  riflessi soggettivi connessi a qualsiasi misurazione e/o valutazione anche delle attività svolte nel settore lavorativo privato, ma che nell’ambito pubblico, a causa delle peculiarità del servizio reso, risultano molto più significativi.

Al riguardo è sufficiente rilevare che il Professor Pietro Micheli[15], ricercatore di comprovata esperienza in Ingegneria gestionale e che era stato chiamato a far parte della CiVIT, la Commissione voluta dal “Governo Berlusconi” avente l’intento di stabilire i criteri cui le Amministrazioni pubbliche devono attenersi nella valutazione delle prestazioni rese dai pubblici dipendenti, dopo brevissimo tempo, a causa delle ingerenze del Governo nelle scelte operate dalla predetta Commissione, e per questo oggetto anche di specifica interrogazione a risposta scritta da parte di un gruppo di Senatori dell’opposizione[16], ha ritenuto di rassegnare le dimissioni dall’incarico.

E’ parere di chi scrive che ogni attività valutativa dei servizi resi dai dipendenti pubblici dovrebbero tener conto delle peculiarità del lavoro pubblico e delle sue ontologiche differenze rispetto a quello privato.

Per renderci conto di quanto sia profonda ed insuperabile la diversità fra lavoro pubblico e privato, interroghiamoci per esempio su quale possa essere  la “ratio” economica che impone ad una struttura ospedaliera privata di prestare le cure mediche ad un malato terminale od a una anziano di 90 anni di età.

Quale azienda sanitaria privata utilizzerebbe gratuitamente le proprie strutture ed i propri dipendenti per prestare costose cure mediche a persone che comunque, a breve, non saranno più in vita?

Sarebbe forse sufficiente il riferimento al giuramento ippocratico cui è tenuta la classe medica?

Quale sarebbe la convenienza che dovrebbe spingere una struttura sanitaria privata ad utilizzare gratuitamente le proprie risorse per prolungare, magari di pochi giorni od anche di poche ore, la vita di persone che in tutti casi, entro un breve periodo, cesseranno di vivere?

La risposta è semplice e brutale: nessuna.

E’ soltanto il servizio pubblico, proprio perché non ha come mira il profitto, che può e deve prestare le costose cure mediche necessarie per prolungare, anche di un breve periodo la vita del paziente.

In questo e molti altri casi, come valutare le prestazioni di chi svolge la propria attività professionale nell’ambito pubblico?

La verità è che il lavoro pubblico è diverso da quello privato perché ne è profondamente diversa la finalità e quindi le regole del profitto non possono trovare applicazione nell’esercizio delle funzioni pubbliche.

 

  1. L’inarrestabile degrado dei servizi pubblici.

 

La Corte dei conti (cfr. Relazione sul costo del lavoro pubblico 2012, cit.) stigmatizza che i tagli lineari agli organici hanno finito con incidere sulla qualità del Servizio pubblico complessivo, poiché le amministrazioni sono continuamente costrette a procedere in modo affannoso alla revisione degli assetti organizzativi che impedisce il consolidamento di procedure, competenze e professionalità, con inevitabili, negativi riflessi sulla quantità e qualità dei servizi erogati.

Nel mese di giugno 2012 la Corte dei Conti ha nuovamente fatto rilevare che gli indiscriminati tagli lineari degli organici e delle risorse in mancanza di alcuna seria e ponderata valutazione stanno portando alla paralisi di molti servizi pubblici.

La Ragioneria Generale dello Stato nel settembre 2012 ha rilevato che gli “interventi d’emergenza” sul costo del personale pubblico hanno determinato un calo della spesa nel 2011 dell’1,2%. Aggiunge la RGS che si tratta, però, di interventi che potrebbero “compromettere l’operatività delle amministrazioni e la qualità dei servizi”.

Ed, infatti, è sotto gli occhi di tutti lo stato di difficoltà dei servizi pubblici che, in non rari casi, si trasforma in degrado ed in cui molti di essi, sono, ormai, costretti ad operare[17].

Chi fra i cittadini non è in grado di osservare personalmente la situazione davvero disastrosa in cui versano molte delle strutture sanitarie pubbliche con liste di attesa lunghissime e che, a causa dei tagli al personale medico-infermieristico-amministrativo ed alle risorse finanziarie operate in questi ultimi dieci/quindici anni, non sono più in grado di garantire un adeguato livello di prestazioni mediche?

E’ noto che entro pochi anni a causa dei tagli disposti nei confronti del Servizio Sanitario Nazionale il numero dei medici non sarà sufficiente ad assicurare il mantenimento dei livelli attuali di assistenza.

Al riguardo preme rilevare che in alcune strutture pubbliche si è ormai arrivati all’aggressione fisica nei confronti dei medici e del personale infermieristico da parte di cittadini infuriati i quali, purtroppo, in molti casi non sono più messi in condizione di fruire dell’assistenza pubblica sanitaria che un tempo costituiva nel mondo intero motivo di vanto dell’Italia e ai quali non rimane che sfogare le proprie frustrazioni nei confronti dello stesso personale sanitario che diventa la vittima sacrificale del sistema.

Nel mese di Agosto 2012, in particolare nella settimana di Ferragosto, ma non solo, in diverse strutture pubbliche sanitarie della Capitale si sono dovute interrompere le sedute operatorie e molte delle attività di elezione visto che, a causa di un più che decennale blocco del “turn over” che ha drasticamente impoverito il numero del personale medico e infermieristico, questi non è stato in grado di far fronte al servizio ordinario poiché non è si è reso più possibile contemperare il sacrosanto diritto alle ferie con l’altrettanto sacrosanto diritto dei cittadini di ricorrere al servizio sanitario pubblico.

Un esempio è rappresentato dal Nosocomio pubblico “S. Giovanni” che, a causa della predetta scarsità di personale, si è visto costretto ad accorpare reparti di diversa natura con la conseguenza di ridurre i sempre più scarsi posti letto

In alcuni Istituti Oncologici si è arrivati fino al punto di dover rinviare le cure per i malati affetti da patologie tumorali!

Nel mese di Settembre 2012 l’Ospedale di Crema, nella civile e progredita Lombardia, ha informato i propri pazienti che, a causa delle misure di risparmio imposte dalla spending review, non sarebbe stato più possibile fornire loro l’acqua potabile e che, pertanto, avrebbero dovuto procurarsela autonomamente!

Nel Lazio, sempre a causa della c.d. spending review, secondo la denuncia dell’associazione “Viva la Vita Onlus” la quale riunisce e tutela i familiari e i malati di “Sla”, sono ormai quasi esauriti i fondi destinati ai macchinari che aiutano nella comunicazione i malati di sclerosi multipla ed, in generale, tutte le persone con gravi disabilità.

“Persone per lo più totalmente lucide che non hanno la possibilità di comunicare con l’esterno – ha denunciato la Onlus – saranno chiuse nel loro muto silenzio”.

Aggiunge Viva la Vita che del fondo iniziale di 1.536.670 euro rimane solo il 3%.

Quanti fra i cittadini italiani non sono al corrente dello stato in cui versano le scuole pubbliche di ogni ordine e grado le quali, oltre a prevedere classi con 28-30 alunni/alunne, con un sempre maggior di numero di insegnanti precari e quindi non in grado di assicurare la continuità didattica dell’insegnamento, per garantire un livello adeguato di prestazione sono obbligate a richiedere ai genitori degli alunni dei contributi che da volontari come erano in origine, sono diventati, di fatto, obbligatori, pena il mancato funzionamento della struttura scolastica?

Al riguardo giova osservare che, come riportato dall’Ocse, complici i tagli apportati al sistema dell’Istruzione negli ultimi anni, l’Italia è scivolata al penultimo posto tra i paesi industrializzati per la spesa nella scuola. Come sottolinea un rapporto dell’Ocse, con una spesa per l’istruzione pari al 9% del totale della spesa pubblica la nostra penisola è al 31emo posto su 32 paesi presi in considerazione, contro una media Ocse del 13%.

La spesa sottolinea, lo studio Educatione at a glance, è, inoltre, in calo rispetto al 9,8% del 2000 e, se rapportata al Pil, è pari al 4,9% contro il 6,2% della media Ocse, confermando la posizione di fondo classifica dell’Italia (31ema su 37 paesi).

Osserva, inoltre, l’Ocse che, difformemente da quanto affermato dall’informazione a pensiero unico ormai assolutamente imperante nel nostro Paese, la percentuale di laureati in Italia è tra le più basse del mondo occidentale, visto che a fronte di una media di laureati dei Paesi Ocse del 31% rispetto alla popolazione, la corrispondente percentuale nella nostra penisola si attesta ad un davvero poco consolante 15%.

Ci permettiamo di osservare che, contrariamente a quanto sostenuto dalla cultura attualmente dominante in Italia, i Paesi evoluti hanno la necessità di una popolazione il più possibile istruita al fine di tenere il passo con le continue evoluzioni del mondo odierno globalizzato e che le Nazioni che presentano un più basso grado di istruzione sono quelle dove maggiormente miseria e povertà regnano incontrastate.

I tagli ai finanziamenti della scuola pubblica hanno avuto pesanti conseguenza anche con riferimento alla manutenzione scolastica ormai davvero ridotta all’osso.

 A mero titolo esemplificativo si osserva che nel mese di settembre 2012 nella Capitale si è reso necessario evacuare una scuola materna ed elementare del plesso “Sciascia” in Via Domenico Lupatelli, zona Villa Bonelli, dopo che un genitore aveva notato un problema strutturale ad un pilastro portante dell’edificio che, evidentemente a causa delle scarse risorse destinate all’edilizia scolastica, era da molti anni del tutto privo, o quasi, dei necessari interventi di  manutenzione ordinaria. 

E che dire poi dei Tribunali e degli Uffici Giudiziari in genere, dei quali ormai si discute soltanto al fine di valutare come sia possibile eliminarne il più possibile, come, infatti, verificatosi con la cancellazione davvero sconcertante per decreto di decine di Uffici Giudiziari in tutta Italia e con il quale larghe zone del Paese sono state private delle competenti sedi istituzionali presso le quali i cittadini potevano rivolgersi al fine di ottenere il soddisfacimento dei propri diritti che si assumevano lesi e/o, comunque, ridurne ulteriormente i fondi (già, ad oggi, davvero esigui visto i notevoli tagli apportati negli scorsi anni) ed il cui personale giudiziario – tra l’altro mai interessato, a differenza del personale di tutte le altre amministrazioni statali e/o locali, da alcuna reale procedura di avanzamento professionale che gli concedesse almeno la possibilità di una progressione in carriera -  è stato ridotto drasticamente di numero a causa del blocco del “turn over” che si protrae da quasi quindici anni, ed è, quindi, costretto ad operare in condizioni al limite dell’impossibile sotto la pressione di una utenza e di una cittadinanza sempre più numerosa e pressante e che non sopporta più i tempi spesso lunghissimi entro cui lo Stato risponde alle richieste di giustizia?

Anche la situazione delle carceri italiane è sempre più disastrosa posto che le risorse destinate al sistema carcerario sono sempre più ridotte e non rendono quindi possibile né la costruzione di nuovi istituti penitenziari, né l’assunzione di  agenti penitenziari, con la conseguenza che le nostre carceri sono ormai affollate all’inverosimile e con condizioni di vita davvero ormai oltre i limiti di dignità umana e con sempre un minor numero di agenti i quali devono far fronte a carichi di lavoro sempre più onerosi visto che le esigenze di contenimento della spesa rendono di fatto impossibile o comunque molto ridotto il turn over .

Ed, infatti, è noto come, purtroppo, all’interno delle nostre carceri si verificano sempre più frequentemente casi di suicidio sia da parte di detenuti, sia da parte degli agenti di polizia penitenziaria, gli uni e gli altri sottoposti a condizioni di vita e/o professionali sempre più pressanti ed, evidentemente, oltre i limiti della sopportazione umana.

La stessa situazione di estrema difficoltà è vissuta dalle forze dell’ordine le quali dispongono sempre più di minori risorse economiche ed i cui mezzi in dotazione sono in molti casi vetusti e non più in grado di garantire l’efficienza richiesta per lo svolgimento di compiti così importanti.

Al riguardo non è possibile non ricordare che le Forze dell’Ordine sono arrivate al punto di svolgere un’opera di volantinaggio, attesa la mancata attenzione da parte degli organi di informazione, al fine di informare la cittadinanza che, a causa dei “tagli” al personale ed alle indispensabili risorse finanziarie, non è possibile assicurare il servizio di pubblica sicurezza in maniera adeguata!

Si osserva che ai “tagli” apportati dal Governo Berlusconi (che pure della sicurezza aveva fatto uno dei propri motivi di vanto) alle forze dell’ordine che ammontavano a 2,4 miliardi di euro si sono aggiunti quelli previsti dal Governo Monti per 1,466 miliardi di Euro, per un totale complessivo in poco più di quattro anni dell’incredibile somma di quasi 4 miliardi!

Le forze dell’ordine si trovano ormai senza soldi per pagare i carburanti per i mezzi, per gli affitti, per le pulizie, per gli approvvigionamenti, con funzionari ed agenti che anticipano personalmente il denaro necessario per lo svolgimento delle missioni di istituto con la speranza di recuperarlo prima o poi e sotto la costante e sempre più crescente pressione dei fornitori che, in maniera davvero umiliante per l’amministrazione, per esigere i crediti si rivolgono sempre più a procedure legali.

Nel corso del 2012 in Italia si è registrato un aumento dei crimini di oltre il 5,4% rispetto all’anno precedente con ben 2 milioni e 760 mila delitti in totale.

Vi è stato un aumento dei furti e della microcriminalità, tanto è vero che i furti in appartamento sono cresciuti del 21%, arrivando a quota 205 mila.

Anche le rapine (oltre 40 mila) hanno registrato una impennata e i negozi hanno sostituito le banche come bersaglio.

Borseggi (134 mila) e scippi (17.700) sono saliti rispettivamente del 16% e del 24% .

La situazione è grave in maniera uniforme dal Nord al Sud alla penisola.

Ebbene, a fronte di questi dati davvero preoccupanti, il cittadino si aspetterebbe più risorse per la sicurezza destinate “in primis” all’assunzione di poliziotti ed in genere di forze dell’ordine.

Ed, invece, niente di tutto ciò si è realizzato, posto che, come sopra riportato, il Governo ha tagliato un miliardo e mezzo ai corpi di polizia.

Le organizzazioni sindacali Siap e Anfp sottolineano che i furti in casa, gli scippi e le rapine minacciano la vita dei cittadini e richiederebbero di essere contrastati con un maggior controllo del territorio ed un potenziamento dell’attività investigativa che invece sarà impossibile realizzare visto che i tagli dello spending review incidono negativamente sull’operatività delle forze dell’ordine.

Nella sola Polizia di Stato, spiegano i relativi sindacati, nell’anno 2012 dovevano essere assunti 2.000 agenti, ma si è deciso invece, alla luce dei tagli apportati al bilancio del Ministero dell’Interno, di mettere a concorso solo 400 posti per rispettare il blocco del turn over.

La conseguenza di queste determinazioni è che su di un organico già ridotto mancheranno ulteriori 1.600 poliziotti che equivalgono ad 800 turni di volante al giorno.

Addirittura, in sede di “spending review”, si è arrivati fino al punto di tagliare nei confronti delle forze dell’ordine appartenenti alla DIA (Direzione Investigativa Antimafia) una  indennità pari ad Euro 250,00 corrisposta per la specificità di tale funzione e che permetteva, anche se soltanto in minima parte, di ottenere un riconoscimento economico per i disagi, le difficoltà ed i rischi (con riflessi anche familiari) connessi al lavoro svolto, nonché dell’altissima professionalità necessaria per svolgere un’attività così delicata e di fondamentale importanza per le Istituzioni quale è senza alcun dubbio la lotta contro la mafia.

Il Ministero dell’Interno e della Difesa avevano voluto e introdotto detta indennità anche al fine di evitare agli stessi operatori di polizia il frequente ricorso al doppio lavoro per far fronte alle proprie esigenze primarie e, così, consentire loro di lavorare con maggiore serenità.

L’organico della DIA che, è bene ricordare, è una struttura voluta fortemente dal Giudice Falcone, sempre in nome della “spending review”, è stato drasticamente ridotto visto che in luogo delle 2.500/3.000 unità di personale previste ve ne  sono realmente 1.200 e molte delle competenze ad essa attribuite sono state devolute a gruppi di lavoro esterni con una conseguente frammentazione che porta inevitabilmente ad una notevole riduzione dell’efficienza dell’azione investigativa.

E così, mentre a Bruxelles la Commissione Parlamentare Europea Antimafia ha individuato nella Dia il modello di ufficio da esportare negli stati membri, in Italia, in ossequio ai rigidi principi di contenimento della spesa pubblica dettati dalla spending review, si procede a smantellarlo.

 A fronte di questi dati desolanti appare chiaro a tutti che è soltanto grazie alla  serietà, abnegazione e competenza dei nostri tutori dell’ordine (anch’essi, peraltro, come tutti i dipendenti pubblici con il rinnovo del contratto bloccato almeno a sino a tutto il 2014) che il servizio sicurezza rimane ancora efficiente, ma è evidente che questo livello di efficienza è destinato nel tempo a diminuire sensibilmente (come del resto già sta accadendo) con inevitabili conseguenze negative in merito alla sicurezza dei cittadini.

Come non evidenziare lo stato fatiscente di molti Ispettorati del Lavoro che, ormai sempre più privi di risorse e personale, sono quasi impossibilitati a svolgere la propria attività istituzionale, con la conseguenza che gli incidenti sul lavoro nel nostro Paese negli ultimi anni si sono moltiplicati tanto da farci raggiungere il davvero poco invidiabile primato europeo di morti sul lavoro con oltre mille lavoratori che ogni anno perdono la vita a causa delle condizioni drammatiche in cui sono obbligati a svolgere la propria attività in spregio delle più elementari norme che tutelano il lavoro e la cui violazione viene sempre meno rilevata dagli organi di controllo a ciò deputati a causa delle gravissime carenze di organico e di risorse?

Come non riflettere sulla tragedia che ha colpito l’Emilia Romagna con decine di lavoratori che hanno perso la vita a causa, oltre che della furia distruttiva del terremoto, dell’omesso rispetto delle più elementari regole di tutela e di controllo previste dalla normativa sul lavoro e che le autorità pubbliche, sempre più svuotate di competenze, uomini e mezzi finanziari, non sono più in condizione di far rispettare? 

Gli stessi drammatici problemi ora rappresentati riguardano poi molti enti locali i quali, a causa del micidiale mix composto da tagli alle risorse e blocco del “turn over”, sono sempre meno in grado di garantire gli indispensabili servizi richiesti dalla collettività.

E come non ricordare lo stato di degrado in cui si trova il nostro immenso ed unico patrimonio artistico e culturale invidiatoci in tutto il mondo e che, se utilizzato correttamente, potrebbe essere una grande risorsa per lo Stato e che, invece, sempre più privato di risorse e competenze, è ormai lasciato all’abbandono e spesso, come nel caso tragico di Pompei (ma si potrebbero fare molti altri esempi), alla completa rovina?

Nel mese di Agosto 2012, l’Italia ha dovuto assistere sgomenta al crollo di alcune strutture della “Fontana di Trevi” e di un tratto del muro di cinta di Villa Borghese, c.d. del Valadier, monumenti ammirati in tutto il mondo, ma che in virtù dei tagli apportati alle risorse destinate in generale alla manutenzione dei beni artistici e/o culturali del nostro paese, sono ormai privi dell’adeguata e specifica manutenzione di cui, invece, avrebbero assoluta necessità.

“Il Tg 1 del 30.8.2012 dell’edizione delle ore 20 ha messo in onda un servizio in cui si evidenziava lo stato di assoluto degrado in cui si trovano i Fori Imperiali che, a causa della gravissima carenza di personale, conseguente al blocco del turn over da oltre quattordici anni, sono aperti al pubblico per poche ore al giorno e che, peraltro, nelle ore di chiusura, visto i pesantissimi tagli ai finanziamenti che non permettono di dotarsi degli indispensabili apparati di sicurezza, risultano facilmente accessibili da parte di chiunque abbia intenzione di approfittare dei preziosi oggetti di inestimabile valore storico ed artistico lasciati incustoditi. 

Nella medesima situazione di assoluta e crescente difficoltà, si trova la nostra “ricerca” che, pur esprimendo delle eccellenze invidiateci in tutto il mondo, in virtù dei tagli selvaggi apportati ai relativi finanziamenti (che hanno portato gli investimenti pubblici nel settore ai livelli più bassi del mondo occidentale) è ormai al collasso, con i ricercatori e/o gli studiosi giovani e meno giovani i quali, per avere reali opportunità di lavoro ed un degno riconoscimento economico delle proprie capacità professionali, nonché dell’attività svolta, sono costretti, in numero sempre maggiore, ad espatriare.

Non può tacersi, inoltre, che, a causa delle rilevantissime riduzione dei finanziamenti che lo Stato Centrale destina agli enti locali, in molte zone del nostro Paese il trasporto pubblico regionale e comunale  è ormai al collasso e non in grado di garantire un adeguato servizio ai cittadini  i quali, peraltro, per evitare la cancellazione dei servizi locali di trasporto, sono costretti a pagare dei ticket sempre più esorbitanti (v. al riguardo l’aumento del biglietto per il trasporto pubblico della Capitale che è stato portato da un euro ad un euro e cinquanta!).

 La Funzione Pubblica della CGIL Vigili del Fuoco, mentre nel mese di Agosto 2012 divampavano gli incendi in tutta Italia, compresa la Capitale, ha denunciato la drammatica situazione degli automezzi in servizio presso il Comando VV.F. di Roma che prevede la disponibilità teorica di 58 autopompe, di cui in realtà 28 fuori servizio per riparazione.

Gli automezzi restanti devono garantire il soccorso ai cittadini nelle circa 30 sedi di Roma e provincia, la maggior parte con oltre 20 anni di servizio!

Rileva, inoltre, la CGIL che è critica anche la situazione delle 12 autoscale in servizio presso il Comando: 4 sono fuori servizio e due delle restanti 8 risultano immatricolate negli anni “80, quindi, con oltre 25 anni di servizio.

Nella Capitale, infatti, interessata da moltissimi incendi, tra l’altro in molti casi di natura dolosa, a causa della scarsità di mezzi e di personale dei Vigili del Fuoco, si è arrivati ad una sorta di “fai da te” dei cittadini che, in attesa dei soccorsi, per cercare di arginare gli incendi  si sono attrezzati personalmente con pompe e secchi!

La verità è che gli effetti dei tagli relativi ai capitoli di spesa stanno incidendo sul funzionamento del servizio, portando al collasso il soccorso.

Molti mezzi sono fermi sul piazzale delle officine con riparazioni che possono variare da 1.000 a 10.000 euro ciascuna e che non sono possibili effettuare a causa dei tagli alle risorse.

I fondi concessi per l’anno 2012 dall’Amministrazione centrale, tra l’altro già in costante riduzione, rappresentano neanche il 10% del budget del 2011.

E’ chiaro che senza le risorse necessarie per acquistare i pezzi di ricambio i lavoratori addetti, pur se encomiabili per le loro capacità di sacrificio ed adattabilità e che, tra l’altro, a causa dell’interminabile blocco dei contratti pubblici prorogato almeno  sino a tutto il 2014!, vedono sempre di più diminuire il potere d’acquisto dei propri stipendi, devono arrendersi esattamente come farebbe un esercito, pur valoroso, ma privo di armi e munizioni.

La stessa Protezione Civile che nel torrido mese di Agosto 2012 ha utilizzato i CanadAir per combattere gli innumerevoli incendi che stanno flagellando la nostra penisola, il prossimo anno non sarà più in grado di svolgere la propria opera visto che, come affermato proprio dal suo responsabile, il dott. Gabrielli, i tagli apportati alle relative risorse impediranno di provvedere alla manutenzione degli aerei i quali non saranno, quindi, in condizione di prestare la propria attività che durante questa ultima estate, più che mai, si è dimostrata indispensabile per fronteggiare gli incendi che sono divampati nel nostro territorio.

Quello che emerge dalle situazioni ora rappresentate e confermato dal grido di allarme lanciato dalla Corte dei Conti nella citata Relazione 2012 è che, senza alcun dubbio, in futuro i servizi pubblici saranno sempre più in difficoltà per garantire le prestazioni ai cittadini visto che sia il taglio dei finanziamenti che il blocco del “turn over” sono destinati a prolungarsi, apparentemente “sine die”.

Quindi dovrà scegliersi se ridurre il servizio - situazione che si sta già ampiamente verificandosi - o se magari ridurre le ferie dei dipendenti per compensare il crescente minor numero di addetti, salvo che l’idea geniale sia quella di realizzare entrambe queste due forme di “spending review”.

Giova, peraltro, ricordare che, almeno a sino tutto il 2015, a causa del blocco della contrattazione i dipendenti pubblici non potranno veder crescere i loro magri stipendi (già ampiamente al di sotto della media europea), con conseguente inevitabile perdita del loro attuale scarso potere d’acquisto visti i continui aumenti dei beni di prima necessità.

Ciò che è certo è che continuando nella politica indiscriminate e, a nostro modesto avviso, dissennata dei tagli al personale ed alle risorse, del resto già ampiamente realizzata nel corso di questi ultimi dieci anni, i servizi pubblici avranno sempre maggior difficoltà nel garantire un livello soddisfacente nelle prestazioni rese ai cittadini i quali (almeno quanto fra di essi ne avranno le possibilità) dovranno necessariamente rivolgersi a società private per supplire alle carenze sempre più crescenti della struttura pubblica (“in primis” quella sanitaria, ma non solo) con conseguente aumento dei costi che graveranno sui già magri bilanci familiari. 

Come la licenziabilità individuale del lavoratore pubblico ex art. 18 o quella collettiva attraverso procedimenti forzati di mobilità selvaggia possa migliorare la qualità dei servizi pubblici sotto il profilo dell’efficienza è questione che ai nostri occhi risulta davvero incomprensibile.

 

  1. L’applicabilità dell’art.18 ad alcune categorie di dipendenti pubblici: ingiustificata disparità

 

Sarebbe poi interessante conoscere le motivazioni in base alle quali nell’ambito del lavoro pubblico esisteranno due diverse categorie di lavoratori, la prima, quella non contrattualizzata (magistrati, forze dell’ordine, prefetti, diplomatici, professori universitari, ecc.), a cui non si applicherà il novellato art. 18, la seconda, quella contrattualizzata, invece che, ai sensi del nuovo art. 18, sarà licenziabile individualmente per motivi economici.

Come sarà giustificabile per esempio la licenziabilità dei dipendenti giudiziari a fronte della inamovibilità dei magistrati?

Sul punto, sarebbe utile far conoscere all’opinione pubblica che il personale giudiziario non si limita a svolgere soltanto attività strumentale diretta all’esercizio della Funzione Giurisdizionale, ma la integra[18], costituendone talvolta condizione di efficacia, come in caso di pubblicazione delle sentenze.

Come giustificare, inoltre, l’inamovibilità e illicenziabilità del docente universitario e non anche del docente presso gli altri livelli di istruzione scolastica pubblica, posto che la libertà di insegnamento prevista dalla Costituzione non fa certo questo tipo di distinzione?

Infatti, sia in dottrina, sia nella giurisprudenza costituzionale la libertà di insegnamento di cui all’art. 33, co. 1 Cost. viene affrontata sotto il duplice profilo della libertà nell’insegnamento, sia con riferimento al profilo metodologico e contenutistico (c.d. autonomia didattica), sia in  riferimento alla libertà dell’insegnamento (con riguardo all’ambito organizzativo e strutturale), senza procedere in merito a nessuna distinzione di ordine e grado circa la provenienza della fonte pedagogica.

Quanto rappresentato trova conferma nel testo dell’art. 1 del D.Lvo 16 aprile 1994, n. 297 (Testo unico delle disposizioni legislative vigenti in materia di istruzione valido per le scuole di ogni ordine e grado) che sancisce: “…la libertà d’insegnamento è intesa come autonomia didattica e come libera espressione culturale del docente… ed è diretta a promuovere, attraverso un confronto aperto di posizioni culturali, la piena formazione della personalità degli alunni”.

 

  1. 1 Conseguenze in relazione alla funzionalità dei servizi pubblici dall’applicabilità del novellando art. 18.

 

In merito giova, peraltro, accennare a quali potranno essere le conseguenze pratiche derivanti dall’applicazione del licenziamento individuale per motivi economici previsto per i dipendenti pubblici.

Partendo dall’assunto che tutte le strutture pubbliche sono in uno stato di profondo deficit e quindi potenzialmente interessate da possibili licenziamenti individuali per motivi economici, in una struttura sanitaria pubblica sarà molto semplice obbligare un operatore sanitario, sotto la minaccia di rientrare altrimenti tra coloro che potrebbero essere oggetto di licenziamenti economici individuali, a favorire un soggetto piuttosto che un altro e quindi a fornirgli le richieste prestazioni sanitarie, sia sotto forma di interventi chirurgici che esami diagnostici.

Pensiamo quindi al medico che debba valutare se prestare la propria assistenza non secondo scienza e coscienza, ma sotto minaccia di licenziamento e che quindi si trovi a decidere  se operare un paziente gravemente ammalato (per es. un bambino, magari il nostro) che ha una priorità o per la gravità della patologia o per un criterio temporale, piuttosto che un altro soggetto che non avrebbe la stessa priorità, ma che la Direzione Sanitaria gli impone di preferire, pena il possibile licenziamento economico individuale.

Riflettiamo in merito a quello che potrebbe accadere qualora una maggioranza politica subentrata in virtù di regolari elezioni a quella precedente, decida di utilizzare lo “strumento” del licenziamento economico individuale per sostituire, in tutto o in parte, i dipendenti pubblici già appartenenti all’amministrazione che, in virtù dei propri doveri istituzionali, sono tenuti, ai sensi dell’art. 98 della Costituzione, al rispetto dei principi di imparzialità e di eguaglianza nel perseguimento del solo interesse della Nazione e della Legge, con dipendenti “fedeli” assunti con contratti a tempo determinato, di collaborazione o comunque di natura precaria, dunque non di ruolo, e per tale ragione più facilmente ricattabili.

Quali garanzie avrebbero in questo caso i cittadini in merito all’imparzialità e alla parità di trattamento nell’erogazione dei servizi resi dai dipendenti assunti con rapporti di lavoro precari dalla nuova compagine politica e a cui devono sottomissione funzionale e lavorativa?

A parere di chi scrive, la risposta ragionevole e di buon senso a tale domanda è che non avrebbero alcuna garanzia, posto che i dipendenti assunti dalla nuova maggioranza politica, per di più con rapporti di lavoro precario, di fatto sarebbero alle dipendenze della medesima e dovrebbero, quindi, prestare la propria attività secondo le direttive loro impartite dagli organi di vertice che potrebbero non coincidere o addirittura confliggere con gli interessi della collettività.

 

  1. 2 Ha ancora senso parlare di uguaglianza sostanziale dei cittadini davanti alla legge?

 

Crediamo che in pochi si siano resi conto del danno che ne potrebbe derivare nell’applicazione del novellato art. 18 ed esteso al settore pubblico.

La c.d. riforma applicata al settore pubblico è in grado e, probabilmente lo farà, di cancellare quello che è l’elemento fondamentale posto a base del servizio pubblico per come lo conosciamo attualmente ovvero il rispetto del principio dell’uguaglianza da cui consegue il diritto fondamentale di tutti i cittadini alla “parità di trattamento”.

E’ evidente, quindi, che i funzionari pubblici in molte occasioni non potranno più garantire il rispetto di questo principio essendo costretti, purtroppo, sotto minaccia del possibile licenziamento individuale per motivi economici (sempre possibile visto il disastroso stato dei nostri conti pubblici quindi delle amministrazioni statali e locali, nonché l’introduzione del nuovo comma all’art. 97 della Costituzione che impone alle Pubbliche amministrazioni di assicurare l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico[19]) a favorire un soggetto forte a discapito di un altro più debole con una conseguente lesione delle posizioni di quest’ultimo non in grado di esercitare forme di pressione a garanzia dei propri diritti.

Ed è proprio questo il principio che l’opinione pubblica, martellata da una continua e denigratoria campagna mediatica nei confronti dei lavoratori pubblici, non comprende e di cui dovrebbe invece essere informata.

L’impossibilità prevista fino ad oggi di licenziare individualmente il dipendente pubblico (che, ricordiamo, attualmente è giustamente  sottoposto come i dipendenti privati a licenziamenti e sanzioni disciplinari regolati, peraltro, da una normativa sotto molti aspetti ormai più rigida e severa rispetto a quella adottata per i primi, nonché a procedure collettive di mobilità) per motivi economici non è prevista per fornirgli un inutile ed immeritato privilegio, ma per consentirgli di svolgere il proprio servizio liberamente ed in maniera equa nei confronti di tutti i cittadini, indifferentemente che siano ricchi o poveri, di destra o di sinistra, uomini o donne.

Privarlo di tale tutela significa impedirgli di svolgere in libertà e nel rispetto del principio di eguaglianza il proprio lavoro, costringendolo potenzialmente, ma noi crediamo concretamente, a scegliere tra prestare il proprio servizio secondo scienza e coscienza, od, invece, sotto la minaccia del licenziamento, a favorire i soggetti che per motivi economici, politici, amicali, parentali od altro, riescano ad avere incidenza ed influenza nei confronti degli organi che dovranno decidere chi licenziare tra i dipendenti pubblici alle dipendenze delle nostre disastrate amministrazioni che, è bene ancora ricordare, presentano tutte uno stato di evidente deficit economico che rende o renderebbe giustificabile il ricorso a licenziamenti economici per motivi individuabili.

D’altronde, lo stesso legislatore si rende conto del rischio che l’applicabilità dell’art. 18 novellato comporterebbe nei confronti del servizio pubblico nello stesso momento in cui ne esclude l’applicabilità nei confronti dei dipendenti pubblici non contrattualizzati.

Ma allora se il legislatore valuta che per alcuni dipendenti pubblici, in virtù evidentemente della funzione pubblica che gli stessi - ai sensi dell’art. 98 Cost. - sono chiamati a svolgere, il menzionato art. 18 non vada applicato, come può invece decidere che lo stesso articolo 18 dispieghi effetti nei confronti delle altre categorie di dipendenti pubblici che, pur se contrattualizzati, svolgono anch’essi, ai sensi dello stesso art. 98 Cost., funzioni pubbliche?

Qual è la differenza (se c’è) che giustifica una così rilevante differenza di trattamento tra dipendenti pubblici?

 

  1. Conclusioni

 

Dopo avere espresso tutte le nostre perplessità in merito all’asserita equiparazione tra lavoro pubblico e privato, ed i dubbi in merito alla legittimazione del differente trattamento in merito all’applicabilità o meno dell’art 18 novellato ai dipendenti pubblici a seconda se gli stessi appartengono o meno alla categoria dei contrattualizzati, dobbiamo prendere atto che, purtroppo, il processo di equiparazione normativa tra il lavoro pubblico contrattualizzato e quello privato sembra essere ormai completato.

Ne deriva, pertanto, crediamo od almeno speriamo, che entro un limitato arco temporale i lavoratori pubblici contrattualizzati potranno naturalmente e legittimamente fruire delle prerogative dei lavoratori privati, in particolare di quelli appartenenti ai grandi gruppi imprenditoriali, “in primis” un migliore trattamento economico ed il diritto alla carriera che, per chi presta servizio nello stato, è spesso negato, per poi proseguire nel godimento di un miglior trattamento pensionistico ed altro ancora.

Si rimane, quindi, in trepidante attesa che l’asserita equiparazione tra impiego pubblico e privato dopo essersi realizzata con riferimento ai dipendenti pubblici contrattualizzati per ciò che concerne gli “oneri” si concretizzi per gli stessi anche per quanto riguarda gli “onori”.

Da ultimo, non può non rilevarsi che il novellato art. 18 sembra rappresentare l’approdo di un percorso avviato diversi lustri orsono e che, in realtà, non ha arrecato alcun beneficio ai cittadini in termini di minor pressione fiscale (che anzi è in continuo ed  inarrestabile aumento) e/o miglioramento dei servizi, i quali, anzi, come rilevato di recente dalla Corte dei Conti e dalla Ragioneria Generale dello Stato, in virtù dei tagli apportati da molti anni dai vari Governi succedutisi alla guida del Paese ed a quelli previsti in sede di spending review, sono in via di rapido deterioramento e, in molti casi, (come sperimentabile giornalmente dai cittadini) ormai ai limiti della funzionalità.

Del resto, uno dei più autorevoli membri del Governo, l’allora Vice Ministro dell’Economia Grilli, aveva affermato con molta chiarezza al Convegno organizzato dai giovani imprenditori di Confindustria tenutasi l’8 giugno 2012 che l’obiettivo delle misure di spending review approntate dal Governo non è, tutto sommato, efficientare il sistema pubblico, ma ridurne il “perimetro”.

 In particolare, ha avuto modo di affermare che “Dobbiamo avere una pubblica amministrazione più piccola. Dobbiamo ridare al privato un bel pezzo di quello che oggi è pubblico, sono passaggi delicati, non è un processo indolore. Il governo ha la forza per farlo: lo faremo[20]”.

Al riguardo è il caso di domandarsi se affidare al privato la gestione dei servizi pubblici si traduca veramente in un miglioramento della loro efficienza e/o in una diminuzione dei relativi costi giacché le esperienze al riguardo di cui abbiamo conoscenza in Italia sembrerebbero dimostrare il contrario.

Un esempio per tutti.

 L’Amministratore delegato della società “Tributi Italia”, la società a cui molti Comuni del Centro-Nord hanno affidato la riscossione dell’Ici, in oltre dieci anni di attività, ha fatto letteralmente sparire, dirottandoli in conti esteri, oltre cento milioni di euro che erano stati corrisposti dagli ignari cittadini quale pagamento della suddetta imposta versando, tra l’altro, venti milioni nel proprio conto corrente e causando con la sua illecita attività altri “buchi” nei già disastrati bilanci dei Comuni che hanno comportato per alcuni di essi la dichiarazione da un punto di vista contabile tecnico dello stato di fallimento.

Dalle notizie apparse sugli organi di stampa nel mese di ottobre 2012 è emerso che l’A.D. della citata società arrivava a prelevare dai conti correnti personali oltre 10.000 euro al giorno per soddisfare le proprie necessità personali!

In generale, molti servizi pubblici affidati a gestori privati non hanno visto realizzare alcun miglioramento della loro efficienza e/o una diminuzione dei relativi costi ed, anzi, in molti casi si è verificato l’esatto contrario.

Siamo propri certi che ridurre il “perimetro pubblico” ed affidare ai privati la gestione dei servizi pubblici si traduca in un loro miglioramento ed in una riduzione dei costi per la collettività?

Nel caso sopra riportato è possibile pensare che gli Uffici di riscossione dei Comuni interessati avrebbero potuto per oltre dieci anni evitare di versare nelle casse comunali oltre cento milioni di Euro senza che nessuno facesse rilevare una così grossolana anomalia contabile?

Il novellato art. 18 non recando evidentemente alcun beneficio in termini di maggiore efficienza del sistema pubblico appare, quindi, uno degli strumenti per mezzo dei quali giungere alla riduzione del “perimetro pubblico” e cioè, in buona sostanza, i servizi pubblici (in primis la sanità, ma chiaramente non solo) che lo Stato eroga alla popolazione allo scopo di affidarne la gestione ai privati con conseguenze facilmente immaginabili sul livello di vita dei cittadini (probabilmente la maggioranza) che non avranno i mezzi economici per far fronte alle richieste economiche delle società che gestiranno gli stessi e che, in quanto soggetti privati, hanno ontologicamente come fine ultimo ed esclusivo della propria attività la realizzazione, secondo stringenti logiche imprenditoriali che mal si conciliano con l’interesse pubblico, del lucro. 

 

Tutte le considerazioni e osservazioni riprodotte nella presente opera sono liberamente e gratuitamente riproducibili da terzi, fermo restando l’obbligo di citarne la provenienza e gli autori:

Mauro Di Peso                                                                               Luca Cilli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1]           Al momento in cui si era iniziata la redazione del presente scritto non era stata ancora approvata la Legge n. 92 del 28 giugno 2012, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 153 del 3 luglio 2012, recante “Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita” che all’art. 1, co. 7 recita: “Le disposizioni della presente legge, per quanto da esse non espressamente previsto, costituiscono principi e criteri per la regolazione dei rapporti di lavoro dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni di cui all'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165”.

[2]           Affermazioni, invece, sostanzialmente confluite nel comma 8 dell’art. 1 Legge cit: “Al fine dell'applicazione del comma 7 il Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, sentite le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche, individua e definisce, anche mediante iniziative normative, gli ambiti, le modalità e i tempi di armonizzazione della disciplina relativa ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche”.

[3]           V. nota n. 1.

[4]              A dire il vero, questo vincolo costituzionale è stato più volte superato e piegato dalla classe politica per finalità volte a creare consenso elettorale. A tal fine, il Prof. Sabino Cassese fece in tempo a calcolare che nel quindicennio compreso tra il 1977 e il 1992 – coincidenti con gli ultimi quindici anni del partito democratico cristiano - su 600 mila assunti, più della metà erano stati cooptati nella Pubblica amministrazione senza concorso, in base a ben dodici leggi speciali.

[5]              Cfr. Sentenze n. 333 del 1993, n. 453 del 1990 e n. 1 del 1999. Sulla questione, sembra di essere ormai scivolati su di una vischiosa verità: se gli accessi alle carriere pubbliche contrattualizzate e ai successivi loro sviluppi devono essere esclusivamente assicurati, per espressa riserva di legge, mediante concorso pubblico, al fine di “ingaggiare” funzionari in grado di disporsi al servizio esclusivo della Nazione, come può essere appagata tale esclusività, se lo stesso funzionario potrebbe essere facilmente rimosso in applicazione del rivisitando art. 18 St. Lav.? Ricordiamo che il concetto di esclusività di cui all’art. 98 Cost. non può significare solo unicità di «rapporto organico» e di rapporto lavorativo con l’Ente /datore di lavoro pubblico. Il senso ultimo del servizio svolto nell’interesse esclusivo della Nazione corrisponde all’esigenza fondamentale di avere un funzionario fedele a quella stessa Nazione e alla Legge. Fedeltà ed esclusività sono state previste dai Padri costituenti per assicurare (alla Nazione) un funzionario pubblico in grado di essere e apparire imparziale. Il funzionario pubblico potrà mostrarsi imparziale se è libero da ogni forma di condizionamento. Esclusività, dunque, come garanzia di imparzialità. La formulazione iniziale dell’art. 18 St. Lav.  previsto dalla “Riforma Fornero”  e le intenzioni, comunque, mostrate dal Governo Monti rimettono in discussione tutto questo impianto.

[6]        La questione è stata ormai superata per intervento della Corte Costituzionale che con la sentenza n. 223 dell’8 ottobre 2012 ha dichiarato l’incostituzionalità della norma in esame (art. 12 comma 10 del Decreto legge 78/2010) per evidente disparità di trattamento rispetto alla disciplina prevista e applicata al dipendente dei settori cc.dd. privati.

[7] Legge Finanziaria 2005, in vigore dal 1° gennaio 1995.

[8] Per dovere di precisazione, si segnala che per le rate maturate dal 1° gennaio 1995 in poi si è stabilito che spettassero solo gli interessi e non anche la rivalutazione, non essendo più cumulabili i due importi, atteso che la rivalutazione può essere attribuita solo a titolo di maggior danno, eccezionalmente ritenuto in re ipsa, unicamente se (e nella misura in cui) risulti superiore all’interesse legale (Cfr. Cons. Stato, Ad.plen. n.3/1998 e, più recentemente Ad. plen. n. 18/2012 del 5 giugno). Si veda anche Corte cass. Sez. UU. Civili , 07 luglio 2010, n. 16036.

[9]              La Corte Costituzionale con Sentenza n. 146 depositata il 7.05.2008 – pubblicata il 16.05.2008 (G.U. del 21.05.2008), ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 224, della legge 23 dicembre 2005 n. 266. Nella stessa Sentenza, la Corte ha affermato, però, che “malgrado la progressiva assimilazione del rapporto di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni con quello alle dipendenze dei datori di lavoro privati, sussistono ancora differenze sostanziali che rendono le due situazioni non omogenee.”

[10]            Alla data del 31 dicembre 2010, il tasso medio di assenza per malattia dei dipendenti pubblici è ulteriormente diminuito al 10,2%, con picchi massimi raggiunti nel comparto “Sicurezza” pari al 15,6%, a fronte del 5,1% di assenze fatto registrare dal comparto “Enti di ricerca” (Fonte: R.G.S., Conto annuale 2010).

[11]            E’ del 31 marzo 2012 la notizia che i dipendenti pubblici tedeschi hanno visto lo sblocco dei loro CCNL che ha comportato un aumento delle retribuzioni pari al 6,3% distribuito su due anni. L’offerta iniziale del “Governo Merkel” era stata pari al 3,3%.

[12]            A fronte di retribuzioni pari al quadruplo da parte dei vertici della Polizia di Stato italiana rispetto ai vertici della Federal Bureau of Investigation, gli agenti e i funzionari delle Forze di Polizia italiana percepiscono redditi pari alla metà dei relativi corrispettivi americani.

[13]            Si vedano i recenti pareri adottati dalla Presidenza del Consiglio dei ministri – Dip. Funzione pubblica del 22.07.2010 (a firma del Capo Dipartimento) e dalla Direzione Generale per l’Attività ispettiva presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, interpello n. 11/2012 del 10.04.2012.

[14]            Cfr. Sentenza n. 146 del 2008, cit.

[15]            Pietro Micheli è un esperto nella Misurazione e gestione delle performance in organizzazioni pubbliche e private. Il suo curriculum vitae riferisce che è direttore della Public Sector Performance Roundtable e del programma in Operational Performance Management. Egli ha, inoltre, insegnato in varie Università tra cui: Warwick Business School, Aston Business School, Birmingham University, IMI Dublin, Università di Bologna e Università Cattolica. Ha lavorato con varie organizzazioni, tra cui la National Audit Office, Audit Commission.

[16]            Interrogazione a risposta scritta n. 4-04423 presentata al Ministro per la Funzione pubblica il 25 gennaio 2011, dai Sen. Pietro Ichino, Nicola Latorre, Enzo Bianco, Stefano Ceccanti,Guido Galperti, Enrico Morando, Magda Negri, Paolo Nerozzi, Achille Passoni, Giorgio Tonini e Luigi Vimercati.

[17]            Si ricorda che nei primi mesi dell’anno 2012 è stato proposto ricorso innanzi al T.A.R. Lazio da uno Studio legale romano avverso il provvedimento adottato dal Tribunale Ordinario di Roma con il quale si disponeva la riduzione dell’orario di apertura al pubblico dei relativi sportelli di cancelleria e degli altri uffici e al quale i vertici dell’Ufficio giudiziario sono dovuti ricorrere dovendo inesorabilmente prendere atto del numero insufficiente di personale e, dunque, l’impossibilità di garantire la continuità del servizio per cinque ore giornaliere, come disposto dalla normativa di riferimento. Per completezza di cronaca, si riporta che mentre il T.A.R. in via cautelare aveva disposto la sospensione del citato provvedimento, il Consiglio di Stato, con Ordinanza n. 916 del 6.03.2012, ha riformato il provvedimento del Giudice cautelare di prime cure.

[18]            Il Prof. Giorgio Ghezzi, nella Relazione ai Presidenti della Camera dei Deputati e del Senato sull’attività della Commissione di Garanzia dell’attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali per il periodo 1° ottobre – 31 luglio 2002, affermava che presso gli Uffici giudiziari prestano servizio: “soggetti pacificamente intesi quali dipendenti pubblici in senso stretto, sia pure titolari di funzioni non soltanto amministrative, ma anche, secondo un’opinione diffusa in dottrina, di carattere, in non pochi casi, giurisdizionale: pensiamo, ad es., ai cancellieri ed agli ufficiali giudiziari”, pag. 36.

[19]            Comma introdotto dall’art. 2 Legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1, pubblicata in G.U. 23 aprile 2012, n. 45.

[20] www.tesoro.it/podcast/2012/video_0002.html?type=2&searchPage=1&tab=1#

 

<<  1 2 3 [45 6 7 8  >>